Il ciclo dell’abete

20141225mordasini

di Corrado Mordasini

faccinaGASmordasiniNel Natale c’è un evoluzione di cui pochi si accorgono: un ciclo vitale lento ma inesorabile che coinvolge la famiglia nei decenni. Se mettiamo in secondo piano pandori e panettoni, regali e lucette scintillanti, c’è una sequenza, una successione vitale che sfugge ai più.

L’albero di quando eri piccolo: te lo ricordi grande, gigantesco. Il rito delle scatole che venivano riesumate una volta l’anno da polverose cantine, ché le bocce una volta mica le cambiavi ogni anno, erano le stesse per tutta la tua infanzia. Ogni anno qualcuna di meno, che si rompeva o che perdeva il gancetto, e allora ci si infilava un pezzetto di fil di ferro. Ma l’albero era grande, svettante, col puntale che era trattato come una reliquia sacra. Sembrava la tibia del Bambin Gesù, noi manco lo si poteva toccare, di vetro bianco splendente. Era papà che lo infilava in cima.

Poi si cresceva, e man mano che crescevamo l’albero si riduceva di dimensione. Diventava una specie di rappresentante di sé stesso, un’ambasciata, poi un consolato e poi solo uno sportello. Quando noi fummo adulti, mamma e papà avevano un alberino di rappresentanza, che si era miracolosamente ridotto, rattrappito.

Ci siamo sposati, abbiamo avuto dei figli, e l’albero di casa è tornato a essere grande. Anzi, negli anni nevralgici, quelli in cui vuoi stupire i tuoi ragazzi, prosperava fino a sfiorare il soffitto col puntale. Poi i bimbi crescono, e quel povero albero si rimpicciolisce di nuovo, si accorcia si contrae fino a che, i figli grandi e fuori casa, ridiventa quel misero sportello di rappresentanza.

Ma mica è un declino. Lui è come in letargo. Aspetta la prossima generazione di pargoli e i loro genitori che vogliono far colpo, che vogliono rendere magico un momento dell’anno, per far sì che le piccole menti ricordino, come ricordiamo noi. E allora l’abete ricrescerà in tutto il suo fulgore. Pieno di bocce dorate e splendente di luminarie all’apice del suo ciclo vitale.

Cosa vuol dire tutto questo? Non lo so. È un ciclo.

Mi faceva piacere raccontarlo, ricordare. Quelle file di stelline e angioletti luminosi, le bocce quadrettate di vetro e il puntale splendente. Chissà dov’è adesso. Non ricordo più. Se n’è andato con le cose di mamma e papà quando sono morti. Li ha accompagnati nel riposo definitivo. Avevano finito il loro ciclo.

E adesso guardo i miei ragazzi diventare grandi e robusti, alti e belli (per me, almeno) e non posso fare a meno di vedermi come un abete ancora alto, sì, ma non altissimo. Col tempo mi rattrappirò, perderò qualche palla (niente commenti volgari, per favore!) e aspetterò.

Aspetterò che ritorni il mio momento.

Anche se non sarò più io.

Sarà un’altro papà.

Da qui a 20 anni, che andrà a scegliere l’abete più grande per stupire i suoi figli.

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