Check Point Charlie

Di Redazione

20150112reynier

di Jean-Marie Reynier

faccinaGASreynierSono giorni che non riesco a parlare. Per parlare ho bisogno del fiato e anche questo mi manca. Sono morte 17 persone, colleghi, ma non è la loro morte che piango. Il lutto è un fatto privato e non è il momento di sprecare le forze per piangere gli umani.

Le forze che ci restano, benché minime, devono servirci per capire cosa abbiamo perso in questi giorni.

Abbiamo perso ogni libertà, perché tutte le libertà vengono da una sola libertà, quella d’espressione. Senza di essa non avremo mai più il diritto di piangere o di ridere e neanche quello di respirare.

Ieri un enorme movimento popolare ha spostato 4 milioni di essere umani dalle loro case ai grandi boulevard. È stato un momento unico, raro, splendido, luminoso, un momento catartico che ha riacceso in molti di noi una speranza e una voglia di parlare.

Parlare, in queste situazioni, deve essere un atto legato al tempo, quello che ci avvolge in modo inspiegabile e quello che possiamo ancora analizzare.

Parlare significa anche rispettare il pericolo insito nella parola, nel verbo, un pericolo che purtroppo viene da lontano, viene dagli scritti stessi che mal interpretati rendono le masse schiave del terrore.

Parlare significa anche pensare, perché la libertà d’espressione trova le sue origini nel pensiero e nella razionalità.

Parlare significa stare in silenzio molto tempo, perché ogni reazione a fior di pelle genera scontri e inevitabilmente guerre.

Parlare significa anche accettare che il nostro pensiero possa essere contestato.

Parlare significa piangere quelle parole che sono state private di senso e che ora vengono riempite di negatività.

Parlare significa essere liberi di tacere.

Oggi dobbiamo recuperare il fiato e rivendicare anche il diritto di non essere d’accordo, anche quello che potremmo definire il nostro diritto all’odio, perché stiamo perdendo una guerra che non sapevamo neppure fosse cominciata e non riusciamo più a definirla. Una guerra scorretta, trasversale e puntuale.

Quest’odio deve però essere lavorato, deve essere analizzato, deve diventare amore.

Solo così difenderemo la nostra libertà fino alla fine.

Anche la nostra libertà di non parlare!

(Foto: “Le silence d’Allah”, Jean-Michel Jaquet, 2009 Encre de Chine sur papier 60 x 50 cm, copyright dell’artista)

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