Parolume espanso

Di

20150421ipazia

di Ipazia

“Se il risultato nel 2015 dovesse essere negativo, non sarà necessario un altro confronto in assemblea perché la sera stessa darò le dimissioni.”
Intervista a Liberatv del 31 marzo 2014

“L’insuccesso, ovvero perdere dei deputati, si concluderebbe inevitabilmente con le mie dimissioni.”
Dichiarazione al “Corriere del Ticino” del 22 gennaio 2015

Eccolo qua, il fine dicitore. Eccolo qua, l’acrobata della parola, il funambolo dell’avverbio, il giocoliere dell’aggettivo, il trasformista dell’indicativo che diventa condizionale, la metamorfosi dell’apodittico. Eccolo qua, il candidato sedicente verde plebiscitato dai Leghisti.

Le dimissioni inevitabili, immediate?

Mah, beh, però… “la congiuntura non è propizia, a giugno si vota sull’iniziativa dei Verdi per i salari minimi”. E allora, molto italianamente, le “dimissioni irrevocabili e immediate” diventano un “mandato messo a disposizione”.

Altro che birretta panaché: qui la diluizione è massiccia.

20150421ipazia2Quello “stasera stessa” diventa “ci sono delle riflessioni che devo fare”, “la questione è giusto porla”, “devo prendermi un paio di giorni”. E addirittura, nell’ultimo tweet, “non abbandonerò il mio posto”. Cosa vorrà dire? Quale posto? In Gran Consiglio? Alla testa dei Verdi? Boh!

Il suo luogotenente Franc-ecco Maggi lo difende a spada tratta: “Altri non ce ne sono, rinnoviamogli la fiducia”.

Il fine dicitore fa poi un balzo da doppio avvitamento e, da trasformista dell’indicativo, passa a trasformista dei fatti. Abbiamo perso? Beh, mah, sì, però… in fondo no, gli altri Verdi hanno perso più di noi e poi “siamo riusciti a salvare il gruppo”.

Eccolo qua, il liquidatore della vera stella nascente dei Verdi, eliminata senza tanti complimenti (deve fare la mamma, no?). Eccolo, davanti al suo parolume espanso. Per dirla con un ossimoro: un vuoto pieno di sé.

Eccolo qua, cari Verdi. Ve lo volete tenere? Beh, accomodatevi. Col cementit, però.

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