Ticino di vino

Di Corrado Mordasini

20150519Mordasini2di Corrado Mordasini

faccinaGASmordasiniChe scopo del mattinonline sia dare una percezione al Ticinese medio di vivere una nuova invasione barbarica ormai è un assunto.

Zingari feroci e rifugiati pieni di malattie letali rendono ormai il sonno della casalinga di Viganello un concentrato di incubi drammatici e dall’esito letale. In questo solco, il grido sconvolto di un lettore non poteva restare inascoltato. L’anonimo corrispondente del mattinonline strilla giustamente allo scandalo perché un cameriere, in uno dei nostri ristoranti, avrebbe consigliato ad alcuni turisti dei vini italiani. Giuro: non è una balla. Ormai siamo arrivati a questo.

Ridotti a prendercela anche coi vini italiani, che beviamo da secoli e che sono esportati in tutto il mondo: vini famosi nei cinque continenti come Barolo o Bardolino, Amarone o Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico. Non che il Merlot non abbia dignità, anzi, è uno dei migliori prodotti del nostro territorio, ma pretendere che in un ristorante ticinese si serva solo vino ticinese è un po’ limitante.

Allora dovremmo mangiare anche solo cibo “ticinese”, ma cosa lo è? La polenta si fa col mais che è arrivato dall’America. Il risotto? No, è asiatico, così come lo zafferano. Le spezie? Ahi ahi… Tutte o quasi provenienti dal Sud del mondo. Pizza e lasagne? Non sia mai! Al massimo un cotechino o uno zincarlin. E gli abiti? Solo indumenti di lana verzaschese o cotone coltivato sul piano di Magadino, cuciti con fibre di canapa. Niente caffè (Arabia, Africa, Brasile), tutti in bici perché la benzina viene dal Golfo e le auto non vengono prodotte in Svizzera. Al limite tolleriamo slitte trainate da San Bernardo o da Bovari bernesi. La lingua che parliamo deriva dal latino, un idioma con radici euro-indo-asiatiche. Contiamo con i numeri arabi e preghiamo un Dio importato dai Romani e che viene dal vicino Oriente. E gli spiritelli e divinità che adoravamo neanche 2000 anni fa? Scopati sotto il pavimento della Storia.

Insomma, i Leghisti vorrebbero davvero vivere in quel piccolo mondo del Paleolitico che sa tanto di rassicurante. Un mondo di capanne di pietra e paglia, di bestiame e coltivazioni, di gente che nasceva, viveva e moriva nel suo Paese. In pratica come 100 anni fa. E mica è una cosa brutta: a chi non viene voglia ogni tanto di fermare il mondo, isolarsi da tutto, dimenticare paure, nevrosi e tensioni e rifugiarsi su un monte? Ma fermare la storia è come cercare di rallentare una petroliera coi freni di un velosolex. Rifiutare i vini italiani in nome di un’autarchia da Anni Quaranta risulta un po’ patetico, come quei vecchietti che sbraitano e ti vien voglia di tirargli uno sganassone.

E allora alla salute di tutti i Ticinesi, Lombardi e cittadini del mondo! Prima un Merlot per rifarsi la bocca e poi, dopo una risciacquatina, un bel bicchiere di Barolo piemontese e col dessert un bel passito di Pantelleria.

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