Mutilazioni genitali femminili, tra pregiudizi islamofobi e realtà

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di Krumira

La buona notizia è che il 9 giugno la Nigeria ha vietato ogni pratica di mutilazione genitale femminile (MGF), andando così ad aggiungersi al numero di Paesi africani che la vietano. La cattiva notizia è che il divieto senza sanzioni adeguate, per le quali occorre un controllo capillare e un’educazione a tappeto, servirà a poco.

Le mutilazioni genitali femminili, che sono di quattro tipi e vanno dall’asportazione del tessuto che protegge la clitoride, detta circoncisione femminile, fino all’infibulazione vera e propria, in cui l’orifizio vaginale viene suturato lasciando solo una piccola apertura per l’urina e il flusso mestruale, vengono effettuate in molti Paesi africani, in alcuni Paesi dell’Asia occidentale e in alcune comunità di altri Paesi asiatici. Inoltre sono stati riscontrati casi all’interno di comunità di immigrati in Europa, America del Nord, Australia e Nuova Zelanda. Si tratta di una pratica arcaica che produce gravi danni alla salute fisica e psichica delle donne e che si presta a molti fraintendimenti, tra cui quello più comune è che sia una pratica islamica. Niente di più inesatto, perché questa crudele operazione veniva praticata fin dagli albori della civiltà, molti secoli prima della comparsa sulla scena della Storia della religione islamica.

Infatti il grande storico greco Erodoto nel V sec. a.C. racconta che le mutilazioni genitali femminili erano praticate molto prima della sua epoca da Fenici, Ittiti, Egizi, Etiopi.

Strabone (I sec.a.C.), Sorano d’Efeso (II sec. d.C.), Ezio di Amida (V-VI sec. d.C.) raccontano che anche ad Atene e a Roma veniva praticata l’infibulazione chiudendo l’apertura vaginale con una spilla (fibula) alle mogli dei soldati che partivano per le campagne militari dell’Impero allo scopo di impedirne l’adulterio durante la loro assenza. Al medesimo trattamento venivano sottoposte le schiave, per evitare che restassero incinte, rendendo meno sul lavoro. Inoltre nel passato diversi gruppi praticarono l’escissione e l’introcisione in regioni del mondo non ancora toccate dalla cultura islamica, come l’Australia, il Messico orientale, il Perù, il Brasile occidentale, a riprova del fatto che il fenomeno trova le sue origini in costumi molto antichi che investono il problema dei rapporti uomo-donna.

Attualmente l’età delle persone di sesso femminile vittime di MGF varia a seconda del Paese di appartenenza. Per esempio, presso gli Ebrei dei Falas in Etiopia e i nomadi del Sudan è di pochi giorni di vita. In Egitto e in Africa centrale è di circa sette anni. In altri Paesi africani coincide con l’età adolescenziale, mentre in Nigeria le MGF si praticano prima del matrimonio.

Le mutilazioni genitali femminili sono quasi ovunque considerate riti di iniziazione. In alcune tribù africane le ragazze sono relegate per alcune settimane prima o dopo l’operazione con lo scopo di impartire loro elementi di igiene personale e di responsabilità femminile verso la prole, oltre che sul loro tradizionale ruolo di membri della tribù. Al loro ritorno esse sono considerate “pure” e adatte al matrimonio. Le cicatrici genitali sono la prova per il futuro marito che la ragazza ha seguito un corso di responsabilità morale e pratica. Le donne africane pensano che le loro cicatrici genitali, come i tatuaggi, le distinguano etnicamente da altri gruppi e conferiscano loro uno status elevato, mentre quelle che si sottraggono alla MGF sono considerate “impure” e di cattiva famiglia. E questa è la ragione che spiega come siano quasi sempre le donne a richiedere e a praticare le MGF, benché le abbiano subite loro stesse.

Se nella maggior parte dei casi la MGF ha lo scopo evidente di impedire il soddisfacimento sessuale femminile, presso le popolazioni dei Bambara e dei Dogon del Mali (25% di bambine sottoposte alla MGF) il fenomeno avrebbe motivazioni diverse. Per queste popolazioni clitoride e prepuzio costituirebbero residui della primigenia (mitologica) androginia dell’essere umano e le operazioni rituali di cui stiamo parlando avrebbero il compito di eliminarli, producendo così “veri uomini“ e “vere donne”, esseri diametralmente opposti.

Attualmente questa pratica è oggetto di divieto in tutti i Paesi occidentali, oltre che in sempre più Paesi africani, ma non è sempre stato così. Un primo caso riportato dalla letteratura medica risale al 1825, quando la prestigiosa rivista medica “The Lancet” segnalò che nel 1822 il chirurgo tedesco Graefe aveva curato con la clitoridectomia un caso di eccessiva masturbazione e ninfomania. In pieno XIX secolo, dopo la segnalazione di quest’episodio, si ebbe un’ondata di escissioni clitoridee in Germania, Francia e Inghilterra nella convinzione che alcune deviazioni sessuali come la ninfomania e l’eccessiva masturbazione con le conseguenti isteria, epilessia, catalessi, malinconia fino alla pazzia, potessero venire curate in quel modo. Quel fenomeno suscitò aspre polemiche presso le Società medico-scientifiche europee, finché nel 1867 in Inghilterra si giunse alla radicale decisione di sospendere dalla Società Ostetrica di Londra il dottor Isaac Baker Brown, fautore di questa incredibile terapia. Il fatto portò alla rapida scomparsa di questa pratica in Europa, ma continuò a esistere negli Stati Uniti, dove l’ultimo caso segnalato in letteratura medica risale al 1927.

Sgombrato il campo da pregiudizi e falsi miti, le MGF sono una pratica da condannare, così come ogni altra forma di tortura e mutilazione. E sulle forme di mutilazione autoinflitta dalle donne occidentali, dal rifacimento del naso fino a quello dei glutei, si potrebbe aprire un altro capitolo.

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