La casa degli orrori

Di Redazione

20150906savoia

di Jacopo Armando Savoia

Avrei dovuto imbarcarmi? Non so, ma non mi interessa saperlo. È bastata una sola frase per farmi decidere di restare seduto su questa roccia, con gli occhi persi in direzione del mare. Un biglietto consumato dal tempo, un biglietto con un chiaro riferimento a un certo avvenimento, ormai passato, del quale però sento l’eco che attraversa tutto il mio corpo.

Parte dai piedi, prosegue sulle gambe, poi mi procura un brivido lungo la schiena e infine si avvinghia al mio collo facendomi mancare il respiro, per liberarmi solo dopo essere entrata nella mente e aver preso possesso di ogni mia facoltà cognitiva.

Ho salutato famiglia e amici e li ho visti allontanarsi: diventare sempre più piccoli, dissolversi oltre l’orizzonte. Alle mie spalle urla, spari e imprecazioni. È così mostruosamente normale.

Alcune donne giungono alla spiaggia per pregare: piangono. Io non distolgo lo sguardo, non le guardo, non le voglio guardare, non le posso guardare. Non darei loro l’importanza che meritano, ho assistito a troppe scene simili. I botti cessano, o forse la mia mente li ha esclusi dall’ambiente circostante. Le donne si avviano silenziosamente verso le loro fatiscenti abitazioni, singhiozzando.

Un corpo giace abbandonato a pochi metri da me, nel mio campo visivo. La sua posizione è innaturale e il sangue lo copre come un velo. Non accenna movimento né rumore.

Quell’immagine che posso solo scorgere con la coda dell’occhio riporta il mio pensiero al biglietto nascosto nella tasca dei miei pantaloni sgualciti e sporchi. Pesa come un macigno. Ne conosco la storia e ne apprendo il significato tanto da poter pensare di averlo scritto io. Un anziano parente me lo diede quando andai a trovarlo. Mi disse che lo avrei compreso molto tempo dopo e che non avrei dovuto arrovellarmi per cercare di abbreviare questo lasso di tempo: la soluzione avrebbe fatto irruzione nella mia camera come un ladro, assalendomi. Così è stato.

La notte prima della partenza, prefissata da giorni, un lampo squarciò la calma del mio sonno. Mi alzai con cautela dal letto e mi diressi in bagno a lavarmi la faccia. Il lavandino gocciolava. Un rintocco quotidiano che funge da melodia per la vita di una famiglia povera, ai margini di un mondo che margini non ha. Tornando nella mia stanza, vidi il pezzo di carta su una sedia, sopra i miei vestiti. Lessi la frase, annuii, deglutii e andai a stendermi senza rimboccare le coperte. La brezza notturna seccava la mia pelle impiastrata di fango e sudore.

Il tramonto brucia ora sui minuscoli granelli di sabbia della spiaggia. Guardo per qualche secondo il gigantesco occhio rosso che di lì a poco lascerà il trono all’oscurità. Con la mano sinistra afferro il biglietto e tremando lo porto all’altezza degli occhi. In quell’istante avverto una forte sensazione. Sento la presenza dell’autore al mio fianco, seduto anche lui mentre mi osserva. Percepisco il suo respiro. Provo un senso di fratellanza di un’intensità esagerata e al contempo sono intimorito. So che non può essere davvero qui, eppure il mio cervello ha elaborato il suo volto scarno e stanco, il suo corpo malridotto: indossa una cappotto pesante. Inizio a leggere.

“1942”. Non ci sono né mese né giorno, ma anche se ci fossero verrebbero travolti dalla macabra data riportata. “Mi sento…” Fatico a proseguire, le pulsazioni del mio cuore aumentano di frequenza e potenza. Ho il respiro affannoso. Chiudo gli occhi per un attimo. Ripercorro la mia breve storia, poi continuo. “Mi sento estraneo in questa mia casa…” Devo finirlo. Per quanto spaventato sia, per quanto mi senta mostruosamente squartato da una funesta ira sovrannaturale, devo terminare. La firma è macchiata e illeggibile, la presenza al mio fianco resta senza nome. Il suo sguardo mi incita a proseguire. “Mi sento estraneo in questa mia casa chiamata Terra”.

Lascio cadere il biglietto sulla sabbia come una foglia cade d’autunno sulla terra umida. Sono completamente privato di ogni possibilità di movimento. Il fragore del lampo della scorsa notte mi stordisce. Il fantasma del soldato si alza dalla roccia e cammina verso l’acqua. Arrivato sul bagnasciuga si volta, mi fissa e passo dopo passo si cala nelle profondità del mare per non riemergere. Rimango solo in attesa che qualcuno prenda la mia coscienza e la scaraventi fuori da casa, dalla mia casa.

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