L’Ambrì, il Lugano e la fine della poesia

Di Gherardo Caccia

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di Gherardo Caccia

È ricominciato il campionato svizzero di hockey, da qui ad aprile del calcio ce ne fregherá poco o niente, il Ticino torna a dividersi tra bianconeri e biancoblu e poi… il derby!

Mi ricordo da ragazzo come lo si aspettava, il derby, l’unica partita che vedevi alla tele (le altre tutte in radiocronaca). Gli sfottò del dopo partita potevano durare settimane, anche perché di derby ce n’erano al massimo quattro, esclusi i playoff, e c’era il tempo dell’attesa, l’estasi della partita e le emozioni del post partita. Tutto scandito, ogni cosa a suo tempo.

Ora questa società che fagocita eventi ed emozioni ci trita pure i piaceri di una partita, complice una Federazione svizzera di hockey che ha fatto del campionato una mera macchina da soldi. 12 squadre, una cinquantina di partite di regular season.

Da ottobre a febbraio ci saranno sei derby. Sei! Ma che palle! Alla fine risulta una zuppa trita e ritrita. Poi con la storia dei playout e la finale promozione-relegazione rischi che l’anno dopo il campionato sia ancora uguale con le stesse squadre.

L’anno scorso il Lugano ha disputato un gran campionato ed è uscito ai quarti: a cosa son servite 50 partite di campionato? A niente, a far cassetta e basta. Come in NHL, solo che di squadre lì ne girano molte di più e lo spettacolo è decisamente superiore. Ormai son solo moderni gladiatori pagati più per lo spettacolo che per il risultato.

Mi è passata la poesia per l’hockey, proprio perché di poesia non ce n’è più. Andando avanti così mio figlio non guarderà più neanche il derby in tv, tanto ci sarà anche domani.

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