Morire da clandestini

20150831bosiamirra

di Lisa Bosia Mirra

Il capo della polizia austriaca Hans-Peter Doskozil, alla domanda su cosa avesse insospettito gli agenti, ha risposto con un misto di imbarazzo e di repulsione: “Il fetore e il sangue che colava dal portellone posteriore”.

Buio completo. Aman, Mohammed e Samira occupano l’angolo a destra più vicino alla cabina. Dal portellone di apertura li separano i corpi di altri 68 come loro. Alcune donne, non saprebbero dire quante. Le hanno intraviste alla partenza, all’alba. Hanno intuito la loro presenza dalle voci che sussurravano nel buio ai bambini di stare tranquilli, di dormire, che sarebbero arrivati presto. C’è anche una bambina. Piange. Piange e consuma l’aria.

Manca l’aria. Fa caldo, molto caldo, sempre più caldo. Si è diffuso un odore acre di sudore e non si respira. Il camion è in viaggio da ore, ma loro sono in troppi. “È troppo piccolo”, pensa Aman.

Aman ha 24 anni, è afghano di Herat e ha la responsabilità del fratello e della sua giovane moglie. Fatema, la moglie di Aman, li aspetta in Germania. Ha detto che va bene, che ha ricevuto i documenti, che possono raggiungerla. Nell’ultima telefonata gli ha detto di sentirsi sola, di fare in fretta, che non vede l’ora di riabbracciarli tutti. Il passatore di Teheran ha voluto molti soldi, ma ha trovato una via sicura, ha detto di stare tranquilli, che in 4-5 giorni al massimo sarebbero arrivati a Colonia. Aman non vede l’ora, gli mancano terribilmente i suoi bambini e la moglie. Vederli partire era stato molto duro, ma la sua responsabilità di capofamiglia gli imponeva di prendere delle decisioni: prima mettere in salvo la famiglia, mentre loro avrebbero continuato a lavorare al cantiere e a mettere da parte i soldi per il secondo viaggio. Sono passati otto mesi da quell’addio e adesso stanno per rivedersi: presto potrà riabbracciarli.

Ma fa molto caldo, c’è troppa gente e qualcuno deve aver defecato o vomitato. Oppure tutte e due le cose. Un bambino, certo. Gli adulti fanno in modo di non avere bisogni corporali: un intero blister di pastiglie prima di partire garantisce di non aver bisogno del bagno. L’urina sì certo: quella ce la si fa addosso, non c’è alternativa. Odore di urina, escrementi, vomito e sudore. E paura.

Paura di non arrivare. Paura che non ci sia aria per tutti. Si soffoca. La bottiglia d’acqua, l’unico bagaglio consentito, è quasi vuota: non resta che un sorso. Aman la porge a suo fratello, nel buio, e suo fratello la porge a Samira, che non ha più parlato da un’ora: “Samira, come stai? Samira, stai bene?”. Samira non risponde, è svenuta e giace nell’angolino, con la testa reclinata tra le gambe. Mohammed grida: “Samira! Samira! Samira!”. Le bagna la testa con l’ultima acqua, mentre a tentoni cerca di rianimarla, di darle un po’ di respiro sollevandola in alto, dove c’è un po’ più di aria. Ci vuole poca forza: Samira è leggera come un uccellino. Si riprende un momento per mormorare: “Mohammed, sto male”. Poi sviene di nuovo. “Cane di un passatore”, pensa Aman. “Mi ha fregato! Siamo in troppi, non arriveremo mai. Non c’è aria”.

Sono partiti mercoledì 26 agosto da Budapest e sono in viaggio da ormai più di 12 ore. Una sola pausa per urinare dopo le prime 4 ore, poi l’autista non si è più fermato. Aman comincia a picchiare i pugni contro la parete del camion, ma non riceve risposta. Il camion non si ferma, continua a viaggiare. Altri prima di lui avevano provato a picchiare contro quella stessa parete per far fermare l’autista, ma invano. Il camion viaggia da ormai otto ore senza soste e loro sono esausti.

Anche se Samira pesa poco, le braccia di Mohammed non la reggono più e lui è costretto a deporla a terra. Una bambina aveva pianto per ore, ma da un po’ di tempo si era chetata e non la si sentiva più. Qualcuno aveva iniziato ad avere attacchi di panico: paura del buio. C’era stata anche una lite, ma vicino al portellone. Aman, Mohammed e Samira avevano sentito tutto ma non avevano capito: era un’altra lingua, altra gente. Siriani, soprattutto. Si erano stretti più vicini, Samira seduta a terra, con la schiena contro la parete, i due fratelli in piedi, a formare una barriera per proteggerla dagli altri viaggiatori, dagli urti, dalle spinte. Adesso che Samira non parlava più Mohammed era nel panico. Sentiva anche lui più reale la paura di non arrivare mai, di morire. Picchia, picchia, picchia sempre più forte. Picchia così forte che si fa male ai polsi, alle mani. Cerca nelle tasche una chiave o un coltello per infrangere le pareti di quello che, da camion della speranza, si sta trasformando nel camion della morte. Non ha nulla e lancia un urlo da animale ferito: un urlo terribile.

Qualcuno gli dice di finirla, di smetterla. Altri invece fanno come lui e cominciano a picchiare e picchiare contro le pareti: “Basta! Fermati! Ci stai uccidendo tutti! Fermati, maledetto bastardo”. Chi ha oggetti appuntiti cerca di scalfire le pareti della cella frigorifera. Ma, tolto lo strato superficiale, incontra il ferro: quella in cui stanno viaggiando è una maledetta cassa da morto in acciaio.

Manca l’aria, manca l’aria, manca l’aria! Qualcuno grida, qualcuno inizia a picchiare la testa contro le pareti, a graffiare il ferro con le unghie, a sgomitare cercando di salire sugli altri per raggiungere un po’ d’aria. Gli altri che non respirano più, gli altri che sono già riversi sul fondo del camion. “C’era un ragazzino”, pensa Aman. “Sì, l’ho visto alla partenza, bello come il mio piccolo Alì. Nel buio non vedo nulla, devo solo salire, respirare, sopravvivere”. Gli uomini si trasformano in bestie, come chi si dimena per non annegare, cercano di aggrapparsi gli uni agli altri, di sopraffarsi per quel decimetro cubo di aria fetida che ancora può prolungare la vita. Ma l’aria non basta per tutti e, mentre sviene e sente qualcuno arrampicarsi su di lui, Amad pensa a alla sua bella moglie in attesa, ai suoi bambini e alla promessa non mantenuta. Non arriverà, no. Non li riabbraccerà mai più, non rivedrà più la luce del sole. La vita, i sogni, la speranza: svanirà tutto in quell’oscurità più nera della notte.

Moriranno tutti e 71, fra cui 8 donne, una bambina di due anni, 3 ragazzi di circa 10 anni, in gran parte Siriani in cerca di salvezza lontano dalla guerra. La polizia ha trovato il camion venerdì 28 agosto, dopo un giorno e una notte in cui è rimasto fermo, abbandonato in una piazzola dell’autostrada. Prima di aprire il portellone gli agenti hanno riavviato la cella frigorifera, per fermare la colata di sangue, per non trovarsi davanti una poltiglia umana.

I 71 del camion ungherese viaggiavano da clandestini. Come i 26 del camion fermato in Inghilterra. Come i 700 dell’ultimo naufragio davanti alla Libia. Come quella mamma che non ce l’ha fatta e ha lasciato una piccola orfana di pochi giorni di vita. Viaggiavano da clandestini perché per loro non c’è un altro modo per arrivare in Europa. Così, se sei un migrante, se sei un profugo, per venire nei Paesi paladini dei diritti umani nel mondo devi cercarti un passatore, pagarlo e poi morire da clandestino, buono per qualche servizio al telegiornale e una commemorazione postuma.

La coscienza dei cittadini europei sarà scioccata per un po’, certo. Poi penserà alla prossima vacanza, magari a Marsa Alam o in Turchia: in novembre ci si sta mica male, il clima è ancora mite e le giornate abbastanza lunghe.

La vita va avanti, la vita degli altri.

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