Nessun dorma

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di Corrado Mordasini

4’000 persone in attesa di partire. 4’000 persone che scalpitano sotto il sole. 4’000 persone che macineranno decine di chilometri aspettano scaldandosi i muscoli. E lì, di fronte a loro, a cantare l’inno svizzero, mister baritono, alias Alessandro Veletta. Difficile immaginare una persona più simpatica, gentile, umile ed eclettica di Alessandro. Mi faceva morire dal ridere tempo fa quando a Rete Tre interpretava il personaggio di “‘O Professore”.

“Da italiano per me è stata una vittoria, integrazione al Top”, mi dice Alessandro. Perché lui è uno di quelli che il Leghista medio fatica a capire. Alessandro è di origini siciliane: “Mio padre migrò qui 55 anni fa circa”. E lo dice con fierezza, come è fiero di essere svizzero di adozione. E, cosa strana, questi due amori, uniti a quello per la sua bella famiglia, non lo fanno esplodere. Perché certo, signori, si può essere sia italiani sia svizzeri e amare entrambi i Paesi.

“Allora diciamo che cantare in un contesto fuori dal teatro non è semplice, ma sopratutto cantare davanti a 4’000 mila persone è stato emozionante. Mi tremava la voce… eppure il salmo svizzero non è un inno difficile come le opere di Verdi e di Puccini… ma era il valore”, racconta Alessandro.

Il valore. Per lui, italiano figlio di migranti, il nostro inno ha un valore. E non è il valore xenofobo e patriotticamente fine a sé stesso che gli danno tanti. Il valore di Alessandro è quello delle genti, della solidarietà e dell’amicizia. Lui è tutto e niente, cantante lirico con anni di Conservatorio alle spalle, collaboratore di Rete Tre, impiegato, padre felice, nuotatore fondista e pazzo a tempo perso. Per lui quell’inno è stato “un ringraziamento per quello che la Svizzera, o meglio il Canton Ticino, ha fatto per me”.

Non si lamenta, il figlio di migranti siciliani, il figlio della terra dei capperi e dei cannoli. Lui è gentile. Non odia nemmeno gli immigrati, guarda te che strano. Anzi, li capisce e soffre perché altri soffrono.

Perché scrivo di lui? Perché è un uomo di talento, anche se il suo vero talento non è nella voce, ma nel cuore. Un cuore che insegna, a chi vede nell’inno solo una chiusura dei propri confini, che la forza di un popolo è nella sua capacità di accogliere. Quando guardo Alessandro che fa le sue smorfie da pagliaccio, mi viene da sorridere, perché questa è la mia Svizzera.

Un pezzo famoso della Turandot di Puccini è il mio augurio per Alessandro: nessun dorma, nessuno di noi si assopisca. Non dormire mai, Alessandro, ricordaci ogni giorno i nostri veri valori, quelli per cui l’umanità può essere grande e non gretta. Più vicina agli dei e meno al vile suolo.

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