L’hockey come il calcio?

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di Jacopo Scarinci

faccinaGASscarinciLugano e Ambrì Piotta non sono partiti bene. Ultimi pari con il neopromosso Langnau i bianconeri, un punto sopra loro i Leventinesi, ringalluzziti dalla vittoria corsara a Kloten di martedì. I motivi possono essere tanti.

Il Lugano, che giocherà la coppa Spengler nella pausa natalizia e che viene dalla bruciante eliminazione ai quarti di finale dello scorso campionato, avrà sicuramente cambiato qualcosa in fatto di preparazione. Non si spiegano in altro modo la lentezza, la prevedibilità e certe dormite di giocatori come Brunner e Klasen o di Pettersson, che l’anno scorso ha cantato e portato la croce per mesi. Non se la passano meglio in Leventina, con due nuovi stranieri, tante novità e l’inserimento di giovani in prima squadra che necessitano il giusto rodaggio.

Davanti a questa classifica e a queste difficoltà, un tifoso dovrebbe continuare a sostenere la propria squadra, magari capire perché gira a vuoto, certo, ma senza far mancare passione e lucidità. Invece in questi giorni si sta assistendo al fuoco ad alzo zero verso i due allenatori, Fischer e Pellettier. Ed è sempre più avvilente vedere come pure nell’hockey abbia preso corpo quel delirio tutto calcistico di mettere l’allenatore ai ceppi sulla pubblica piazza se non arrivano subito dei risultati, in un campionato che, in più, vede soli 6 punti tra il quarto rango e l’ultimo.

Non si tifa solo quando si vince, si tifa soprattutto quando si perde. Ed è quando si perde che squadra, allenatore e giocatori hanno bisogno di sentire più forte il sostegno dei tifosi. Patrick Fischer e Serge Pellettier non sono partiti bene, ma hanno il diritto di lavorare sereni al loro progetto, lontani da urla belluine e strali che con il vero tifo hanno ben poco a che fare.

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