“I fiori sono per proteggerci”

20151117matildedi Matilde

Da venerdì non si può dire che siano state belle giornate. Siamo tutti andati avanti con la nostra vita, certo, probabilmente se non siamo stati toccati in prima persona dagli attacchi di Parigi – e forse anche se ne siamo stati toccati in prima persona con parenti, amici, conoscenti – abbiamo trovato occasioni di sorridere. Eppure con la mente ogni tanto, spesso o sempre siamo tornati lì, a interrogarci sul perché, sul come, sul cosa fare, sul cosa dire. Io ieri mi sono interrogata moltissimo su queste domande, perché oggi mi troverò di fronte a una classe di Quarta media a fare lezione di Storia: in teoria sulla Rivoluzione russa del 1917, in pratica – lo so, è inevitabile, ed è anche giusto che lo sia – a rispondere a quesiti, a dubbi, a preoccupazioni sul 13 novembre 2015.

Il fatto è che io, di risposte, non ne ho. Piuttosto ho tantissime domande e ho deciso che se davvero affronteremo il tema lo faremo concentrandoci proprio su queste domande, perché mentire ai miei allievi non mi piace. Ma anche le domande sono difficili. Perché chiederci, tutti insieme, “Cosa è successo venerdì?” è una domanda difficile, è difficilissima da farsi tra adulti, figurarsi di fronte e insieme a ventitré ragazzi quindicenni.

È per questo motivo che il video de “Le Petit Journal” in cui un giornalista fa questa domanda a un bimbo francese, vicino a uno dei luoghi della strage, l’ho guardato come se fosse una risorsa preziosissima, un video dei mille condivisi in questi giorni che a differenza degli altri potesse forse darmi un consiglio, sicuramente darmi una spinta per affrontare questo argomento, anche se mi fa paura, come persona e come insegnante.

Il bimbo, rigido e timido di fronte al microfono e alla telecamera ma così coraggioso da non ritrarsi, ha capito cosa è accaduto a Parigi, sa spiegare perché delle persone ne hanno uccise delle altre, tante altre, con così tanta violenza: “Parce-qu’ils sont trés trés trés méchants”. E lo sa lui che “les méchants… c’est pas trés gentil les méchants”. E il bimbo, che sa ragionare come tutti i bimbi, pensa anche che ci siano delle conseguenze poco belle: “Il faut faire vraiment attention, il faut… il faut changer de maison”.

La lucidità, la tranquillità, la logica con cui dice queste parole è impressionante: fossi stata io lì, al posto del suo papà, non avrei saputo come reagire. Ma il papà lo sa fare e lo tranquillizza: non dobbiamo cambiare casa, gli dice, “c’est la France nôtre maison”. Il bimbo ci pensa, ma è legittimamente perplesso: “Et les méchantes, papa?”, hanno anche le pistole, sono cattivi, dice il bimbo.

Il papà gli dice che i cattivi sono dappertutto. Poi indica dietro di lui, i fiori che i parigini, i francesi, i turisti di tutto il mondo hanno depositato in onore delle vittime. Gli ricorda che li hanno deposti anche loro. “C’est pour combattre les pistoles, les fleurs.”

Il bimbo non è ancora davvero convinto. “Ci proteggeranno?”, chiede. Il papà conferma e il bimbo lo ascolta, perché a quell’età i bambini li ascoltano sempre i papà, e gli credono. E allora il bimbo sorride al suo papà e lo ripete con più sicurezza, lo dice al microfono, alla telecamera, al giornalista: “C’est pour nous protéger les fleurs”.

Solo a questo punto il giornalista interviene ancora, dopo essere stato un discreto e silenzioso osservatore di un intimissimo e preziosissimo momento educativo. Chiede: “Ça va mieux?”. “Oui, ça va mieux”, conferma il bimbo. Ecco, questo video mi ha fatto commuovere, ma non mi ha dato le risposte. So bene che, per quanto bello, non potrò limitarmi a dire che i fiori ci proteggeranno, non è il mio ruolo. Eppure questo video, ieri, mi ha dato altro: la voglia di sperare che oggi arrivasse presto, perché come il bambino ha avuto il coraggio di fare ipotesi, sollevare dubbi e concedersi di sentirsi ancora un po’ tranquillo, sicuro e protetto, io devo ma soprattutto voglio avere il coraggio di farlo con i miei allievi.

Anche per me “va meglio”, ora.

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