Oriana Fallaci e Tiziano Terzani contro la guerra

Di

fallaci terzanidi Lisa Bosia Mirra

L’Oriana è una di quelle persone che mi piacerebbe incontrare in un ipotetico aldilà fatto di tavolini da caffè e chiacchiere. Vorrei potermi sedere con lei e guardarla in quei profondi occhi scuri, avvicinarle il posacenere e osservarla accendere la sigaretta con le belle mani nodose di donna che ha vissuto.

Di Oriana ho letto tutto, da “Lettera ad un bambino mai nato” a “La rabbia e l’orgoglio”. Mancano all’appello solamente “La forza della ragione” e “L’Apocalisse”, rimasto a metà.
“Un uomo” e “Insciallah” i più amati, riletti entrambi più volte, sono stati la prima finestra su realtà politiche complesse come la dittatura greca e la guerra civile in Libano. Amavo quel suo modo di scrivere mescolando ritratti e vicende umane alla Storia, quel ripetere gli aggettivi in allitterazione, quel portarti impietosamente tra le pieghe dell’animo umano, così contraddittorio e imperfetto. E quel salvarli, alla fine, i suoi personaggi, nonostante tutto, perché di fondo sono, sì, gli uomini che fanno la Storia, ma è pur vero che alla Storia l’uomo non può sottrarsi. E allora se il tuo Paese è in guerra spari, se hai fame rubi, se c’è la dittatura metti le bombe.

Ci sono sue frasi bellissime che costellano la mia memoria e il mio essere donna:

“Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare.”

“Cosa significa essere un uomo? Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere.”

“Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre”.

“Quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.”

E ancora:

“Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro e poi accetta che migliaia di creature giovani, col cuore a posto, vengano mandati a morire, come vacche al macello, per la bandiera.”

Ma nessuno la ricorda più per il suo impegno sociale e politico, per aver detto sempre con estrema onestà quello che pensava dei potenti, per aver rischiato la pelle più volte per raccontare, prima inviata di guerra donna, quello che accadeva al fronte. Disprezzava i potenti, amava gli umili e gli indifesi, ed era, infine, una donna colta che amava visceralmente Firenze e l’Italia.

Nel libro che viene oggi tanto citato – “La rabbia e l’orgoglio” – la Fallaci denuncia la decadenza dell’Occidente, troppo ricco e ben pasciuto per avere slanci di passione, per essere pronto alla lotta e al sacrificio per tendere a nobili ideali. Scrive negli anni del berlusconismo, degli yuppies e della “Milano da bere”, accusando in primis la classe politica italiana di lassismo e avidità. E lo fa a partire dall’osservazione del degrado degli immigrati che occupavano gli spazi pubblici senza rispetto, che deturpavano i monumenti della sua bella Firenze, individuando nella tolleranza e nell’accettazione dell’islam moderato il rischio di un abbandono degli ideali repubblicani a favore di un’islamizzazione radicale dell’Europa.

La Fallaci ha descritto ciò che vedeva e ha espresso le sue paure che sono, per certi versi, condivisibili. Nessuno che abbia cari i valori della laicità e della democrazia può esimersi dall’interrogativo che l’immigrazione porta con sé: potremo convivere? L’immigrazione porta con sé opportunità o il rischio di ghettizzazioni e scontri sociali?

Il limite dei suoi ultimi scritti è però quello di essere eccessivamente parziali, di aver mostrato cioè solo una parte del problema, avendo completamente decontestualizzato il fenomeno migratorio, e di non aver spiegato le ragioni di quegli immigrati nelle piazze senza prospettive di lavoro e di integrazione. L’errore capitale in cui incorre è quello di non aver approfondito, di aver descritto un fenomeno senza aver dato ai lettori gli strumenti per comprenderne le ragioni di fondo, di aver disumanizzato quegli immigrati.

E mi chiedo oggi da che parte starebbe, se di fronte ai profughi che fuggono da quelle guerre iniziate all’indomani dell’11 settembre scriverebbe le stesse cose o forse non sarebbe più clemente, più vicina a quegli ultimi, quelle famiglie così duramente provate, così coraggiose e desiderose di libertà da affrontare viaggi epici per un poco di benessere e sicurezza? Se alla luce delle tante esperienze di integrazione riuscita, di convivenza pacifica interculturale e interreligiosa non sarebbe più ottimista.

Era una donna fortemente attaccata alla vita e può darsi che la malattia che l’ha accompagnata negli ultimi anni, un cancro maligno, l’avesse duramente provata e avesse offuscato la sua capacità di giudizio rendendola livorosa e ingiusta.

Tiziano Terzani, nel bel libro “Lettere contro la guerra” le pose questa semplice domanda, che ci appare oggi come un faro nella nebbia:

“Pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa. Non arrendiamoci all’inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove –, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi ma eliminando le ragioni che li rendono tali.”

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