Se salta pure Mourinho…

mourinhodi Jacopo Scarinci

Da “Special one” a “Sacked one”, nel giro di pochi mesi. José Mourinho, l’uomo di calcio più amato e odiato degli ultimi quindici anni, è stato licenziato ieri da quel Chelsea che ha sempre sentito come una seconda famiglia, ed è stato allontanato da quella Premier League che è sempre stato il suo ambiente naturale.

Son stati mesi al di là della metafisica quelli che sono passati dall’ennesimo trionfo, il campionato vinto con otto punti di vantaggio sul Manchester City, all’ennesima legnata in faccia di lunedì, quando il Chelsea è caduto in casa dell’indomito Leicester di Jamie Vardy. Mesi di un mercato insufficiente, con gli arrivi del solo oggetto misterioso Baba e quel che resta di Radamel Falcao, di un ritiro precampionato inesistente, di giocatori svogliati e che, palesemente, hanno giocato contro l’allenatore fino a ottenere il risultato voluto: la cacciata di Mou, con la squadra a un passo dalla zona retrocessione.

Con uno stile e un’eleganza non sempre propri del personaggio, lunedì, dopo aver abbracciato la sua nemesi Claudio Ranieri, davanti ai microfoni ha detto due cose molto importanti: 1) molti giocatori non stanno rendendo quanto dovrebbero (per usare un eufemismo, aggiungo io), un j’accuse niente male; 2) Eden Hazard, da prendere a pugni per come già dall’anno scorso stia preferendo l’apatia al coltivare il proprio talento, si è autodiagnosticato un infortunio in dieci secondi per uscire dal campo. È stato il suo testamento, ma almeno ha detto come stavano le cose: non era (solo) colpa sua.

Io, adepto del Mourinhismo da quella pazza corsa a Old Trafford dopo il gol qualificazione di Costinha nel 2004 che fece da preludio alla sua prima Champions League, sono d’accordo con lui. Perché Mourinho, allenatore non più che discreto ma capace, parole di Ibrahimovic, cioè uno stronzo fatto e finito, di motivare i giocatori al punto di “giocare alla morte” per lui è un valore irrinunciabile. Pure se sei a un punto dalla zona retrocessione, soprattutto se i giocatori, strapagati, iniziano a far le prime donne invece che correre e dar dei calci a un pallone: chiedere al disperso Diego Costa se ne sia davvero valsa la pena di far questa irritante specie di mobbing, ad esempio.

I due licenziamenti in fila da Real Madrid e Chelsea non devono essere visti come un’esclusiva colpa di Mourinho, ma come la prova di quanto ormai il mondo del calcio sia cambiato. Una volta i capricci degli spogliatoi venivano messi al muro da dirigenti con le palle e allenatori protetti dalle società. Ora no. Ora è più facile licenziarne uno che sostituirne 11. Giusto o no, io sto con Mou. Ora e sempre.

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