Sepp, il (falso) rossocrociato

Di Redazione

blatter seppdi Libano Zanolari

Les jeux son faits, rien ne va plus. Anche se formalmente ci sono ancora istanze d’appello al di là della Commissione etica della Fifa che ha comminato 8 anni di sospensione e sanzioni economiche, Blatter e Platini finiscono nel peggior dei modi la loro carriera di funzionari sportivi di poche spanne inferiori al grandi del mondo.

E la storia dei 2 milioni (salario o compenso per aver favorito il Qatar?) è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, anzi un pretesto, in fondo. Perché lo sport, e il calcio in particolare, fanno parte della grande politica che nel bene e nel male regge il pianeta, quella stessa politica che nel braccio di ferro USA-Russia e nella lotta statunitense contro l’evasione ha imposto alla Confederazione riforme che hanno contribuito a stritolare Il colonnello di Visp, portabandiera di una certa Svizzera. Celebrato dall’inquietante “jasager” e delfino di Blocher Roger Köppel come “Svizzero dell’anno” sull’ultima “Weltwoche” (!), Blatter ha rappresentato per anni un organismo di portata planetaria che godeva di uno statuto simile all’Unione dei pescatori di Zollikon (Blatter stesso dixit). Non doveva rendere conto a nessuno né a nessuna legge, perché “di utilità pubblica, dedita al bene comune e alla fratellanza universale”. Lo sport di De Coubertin insomma. In realtà, però, un covo di avidi affaristi che con i principi (pedagogici) dello sport del barone francese avevano poco a fare.

I poliziotti autopromossi del mondo, gli USA, hanno tolto letteralmente dalle coperte del lussuosissimo “Baur au Lac” di Zurigo un bel numero di alti funzionari che sotto gli occhi del Sepp intascavano tangenti milionarie per vendere i diritti dei Mondiali a questa o quell’altra TV, commettendo l’errore di passare attraverso banche americane e beffando il fisco: non sapevano che Al Capone fu messo al fresco non per aver accoppato un mucchio di gente, ma per aver evaso le tasse? La Svizzera, con antica astuzia contadina, ha steso tappeti d’oro a tutte le federazioni sportive: pagavano poche tasse, portavano prestigio, e agivano in un vuoto legale, solo di recente colmato dal Parlamento con una specie di “Lex Blatter” che punisce la corruzione individuale. E così, dopo il segreto bancario (se la Svizzera si fosse opposta, UBS, Credit Suisse e soci avrebbero dovuto chiudere bottega sul mercato americano, con ripercussioni ben peggiori), perderemo anche la fama di terra ospitale per i grandi dello sport, che non sono di certo parenti della Croce Rossa e dell’Unicef.

La Svizzera dovrà imparare a vivere senza lo statuto del “Sonderfall”. Se vogliamo essere un caso speciale lo dobbiamo essere per le nostre virtù e non per le nostre astuzie da mercanti di vacche. Il mondo cambia, la Svizzera è in grado di brillare grazie alle qualità della sua gente, del suo livello tecnico, scientifico e culturale, dell’onestà dei suoi lavoratori che fanno grande il “made in Switzerland”, non per i Blocher e i Köppel che per l’occasione vengono bacchettati sulle dita. Il popolo svizzero, ne siamo certi, nella sua maggioranza rinuncia volentieri a qualche soldo in più, piuttosto che averli grazie a certi politici ostili ai profughi ma pronti ad accogliere senza fare domande chi porta qualche moneta.

Perché la moneta, contrariamente a quanto diceva l’imperatore Vespasiano (pecunia non olet) talvolta puzza. E sovente nelle stanze più lussuose. Quelle della Fifa, sulla collina a Zurigo, per esempio.

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