Tu quoque telecronista L. Z.

Di Redazione

dopingdi Libano Zanolari

Per anni ho sperato a tal punto nella domanda posta da Sergio (“e tu dov’eri?”) da pensare a uno stratagemma in fondo innocente: fingere un interlocutore (inesistente) per rispondere a me stesso. Mai osato farlo. Ma ecco che la domanda spunta per davvero (qui, nello spazio dei commenti) nella sua terribile semplicità: non è il “tu quoque” di Cesare al diletto Bruto che lo uccide, ma poco ci manca.

Ma come: quantificando di “straordinarie” certe prestazione che “puzzavano di doping lontano un miglio” non eri complice pure tu? “Abbiamo raccontato quarant’anni di palle” ci siamo detti io e l’amico Morandi. Ma c’era molta amarezza nel nostro dire, l’amarezza di chi ha molto amato l’atletica ed è stato tradito. Negli ultimi anni (siamo tutti un po’ “uregiatt”, ma in questo caso non ne sono certo) avevo messo le mani avanti, avvisando lo spettabile pubblico che avrei concesso in partenza il massimo entusiasmo come si conviene agli eredi degli eroi celebrati da Pindaro. Intanto la presunzione di innocenza vige in casi ben peggiori e poi se i campioni, maschi e femmine, sono stati controllati cento volte e sono sempre risultati puliti? Rieccoci alla domanda posta da Giovenale 2’000 anni fa: “chi controlla il controllore?” Se è corruttibile crolla tutto. E allora? A questo punto si arriva a un bivio: contribuire alla distruzione di un mito, o salvarlo per non distruggere un sogno. That’s the question. Intanto ho deciso di arrivare sino a Pechino, alla decima Olimpiade estiva consecutiva (1972-2008), prima di anticipare la pensione. Era dura concedere la buona fede e poi fare la figura del peracottaro. Ed eccoci al termine “straordinario”. Se un ragazzo che seguo da tempo passa dai dieci netti a 9″ e 80 sui 100 metri, merita, commentato in diretta e nello spazio di 10-12 secondi, il termine. Non ho scelta.

È andata così, caro Sergio, oltretutto è stata raccontata da uno che nel remoto 1976, vincendo molte resistenze, si fece mandare dalla TSI al Lambeth Hospital di Londra dove operava il dr. Roberts, il primo “cacciatore” di anabolizzanti iniettati ai conigli per studiarne i comportamenti. Mi disse (il pezzo è in archivio) “ho l’impressione che lo sport moderno sia una competizione ‘rather between scientists than between sportsmen’”: più fra scienziati che fra sportivi.

Infine, le citazioni classiche. Un vizio innato: il cronista in causa, all’età di dieci anni, organizzava i Giochi Olimpici del paesello, con il getto del ciottolo levigato dalla corrente del Poschiavino (il peso) e del lancio del palo da fagiolo rampicante (il giavellotto) per non citare le corse per strada e nei prati. Da grande nell’ambiente dell’atletica ero considerato uno che sputava nel piatto dove mangiava, e dalle parti del nostro bel “derbyland” non erano pochi i buontemponi che mi fermavano per strada chiedendo in modo beffardo: “aluura, cuma l’è sta storia dal Durabolin e dal Stromba?” Panem et circenses, senza tante storie, signor telecronista…

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