Buon viaggio. E grazie di tutto

Bowiedi Jacopo Scarinci

Consola fino a un certo punto che le leggende non muoiano mai, quando guardando fuori dalla finestra guardi il cielo e inizi a focalizzarti, a renderti davvero conto che David Bowie non c’è più, non pubblicherà più nessun disco, non è più una delle vite più belle, influenti, geniali di questa Terra.

Consola fino a un certo punto perché quando uno è una leggenda, e lui lo era, entra delicatamente in tante altre vite. Le arricchisce, le aiuta, le riempie: le accompagna. E quando muore una colonna portante delle tue passioni e dei tuoi interessi come fai a non sentirti un po’ solo, come fai a dire “i suoi dischi non moriranno mai”. Che è vero, per carità, ma sai che è cambiato irrimediabilmente qualcosa. In te e fuori di te.

Cos’è stato David Bowie non si può ridurre in un ricordo commosso, scritto con le lacrime agli occhi, né si può ridurre a un semplice discorso discografico. Ha inventato interi generi, Bowie. Ha inventato correnti artistiche, modi di pensare, modi di riflettere e di vedere la società. Ha trasformato sé stesso, la sua musica e la sua vita un’infinità di volte. Non ha mai giocato facile, non ha mai inseguito il pubblico: no, l’ha diretto. Non ha mai assecondato i gusti, li ha inventati. Prima col glam, poi con la riscoperta del soul americano, poi con la monumentale trilogia berlinese, poi con il pop: ha sempre guardato avanti, arrivando anni e anni in anticipo rispetto a molti colleghi, rispetto a quasi tutto il pubblico. Interessato e non. Ha descritto con la delicatezza propria dei brani strumentali la solitudine di Berlino Est vista dall’Ovest, le pianure polacche del socialismo reale, la Berlino di Christiane F., la dipendenza dalla droga e dalla vita, il bisogno di trovare nuove vie che ha avuto compimento con la sperimentazione, con l’arguzia, con l’illuminazione che solo alcuni eletti hanno. Anche reinventando il pop: le sue cose più semplici, e penso a “Modern Love” o alla versione elettro/pop della ossessiva “China Girl” scritta per Iggy Pop pochi anni prima, furono incredibili. E rendere incredibile la semplicità non è la cosa più facile del mondo.

L’immagine di questo articolo era stata preparata per accompagnare la recensione di “Blackstar”, il suo ultimo disco, uscito venerdì, che stavo scrivendo. Un disco che in questi giorni ho consumato come fosse ossigeno: incredibilmente bello, composto da musicisti jazz che suonano rock, cupo, intimo e all’avanguardia. Un disco di cui avrei parlato benissimo non per amore, ma per senso di realtà. Un disco che solo oggi si spiega nel suo profondo: con la malattia, con la voglia di combatterla ma con la consapevolezza, con la musica. Un disco che è stato un ultimo regalo ai suoi fan, come detto pochi minuti fa dal suo produttore storico, Tony Visconti.

Bowie adesso starà raggiungendo il suo “Starman waiting in the sky”, e chiunque di noi guarderà lassù nel cielo cercando quegli occhi, quei travestimenti, quell’arte. Quel genio allo stato puro.

Buon viaggio. E grazie di tutto.

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