Cancellare l’evoluzione dei primati: e se rispunta la coda?

Primati Libanodi Libano Zanolari

Quando la portata di ciò che si vive è enorme, si fa fatica a capirne il significato storico. Quando il presidente della Federazione europea di atletica Svein Arne Hansen, norvegese, direttore del meeting di Oslo dal 1984 al 2008, propone di azzerare se non proprio tutti i primati come vorrebbero gli inglesi almeno quelli europei, dice una cosa che colpisce nel profondo non solo la cultura dello sport (derby fra Sopra e Sottoceneri escluso…) ma la cultura occidentale tout-court.

Perché propone di cancellare il motto che ha contribuito a formare la nostra educazione nell’ultimo secolo: “altius, citius, fortius”, “più veloce, più in alto, più forte!”, motto che fu alla base della rifondazione dei Giochi Olimpici nel 1894. Non proposto da De Coubertin ma dal suo ispiratore, il celebre predicatore domenicano Henri Didon, che intendeva trovare una sintesi fra il cristianesimo nemico dei sensi e la celebrazione greca del corpo, avversata da San Paolo (“nello stadio si corre per una gloria effimera, noi per quella eterna”). Ora il pacioso Svein Arne, che prima del meeting del Bislett ci portava allo “Strawberry party” servendo ai giornalisti le gustosissime fragole della breve estate nordica, papale papale propone di azzerare tutto. Omettendo, per il momento, di dirci a partire da quando: 30, 40, 50 anni fa?

L’arrivo degli “scienziati” che avrebbero chimicamente modificato l’evoluzione umana in relazione allo sport coincide con l’Olimpiade del 1968, ai 2250 metri di Città del Messico, con lo studio sugli effetti dell’altitudine (mancanza di ossigeno). Poi nel 1984 (Los Angeles) il piccolo gerarca franchista Juan Antonio Samaranch tolse il divieto di legare il nome delle grandi multinazionali agli anelli olimpici e diede inizio a una commercializzazione sempre più invadente con conseguente lotta per i diritti televisivi e di pubblicità.

Cerchiamo di completare nei fatti la teoria: posto che il doping sia veramente iniziato con la manipolazione dei globuli rossi e dei muscoli nel 1968, fermiamoci di conseguenza al 1964, a Tokyo, con qualche esempio. 100 metri: Robert Hayes (USA) 10 secondi netti manuale, elettrico 10”05. Lungo: Lynn Davies (GBR) 8.07, grande sorpresa davanti ai favoritissimi Ralph Boston (USA) e Ter-Ovanesjan (URSS). Alto: Valeri Brumel (URSS) 2 metri e 18, stessa misura per John Thomas (USA). Maratona: Abebe Bikila (ETH): 2 ore, 12′ e 11″. Un balzo a ritroso nell’evoluzione della specie: come se una domenica ci dovessimo ritrovare non come il kafkiano Gregorio Samsa trasformati in giganteschi insetti, ma (alcuni lettori de “Il Mattino” esclusi), ridotti a cavernicoli capaci di poche articolazione semantiche, di pochi suoni gutturali.

Fermiamoci qui: altrimenti, retrocedendo di un altro passo, simili ai lemuri volanti del Madagascar, dovremmo imparare a convivere con una capace coda che preme nei pantaloni o sotto la gonna.

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