Demenza

Di Redazione

anzianodi Lara Allegri

“Nella testa ci sono nuvole nere,
il pensiero cade pesante.
Parlare, fare, camminare,
presto non potrò più farlo.

Vi prego restate vicino a me,
tenetemi la mano.
Non lasciatemi da solo
in un modo sconosciuto.

Cantate con me una canzone,
facciamo quello che mi piace,
perché io sono sempre
un pezzo di questo mondo.” (dal web)

Aver avuto una nonna con il Morbo di Alzheimer, poter lavorare con persone affette da demenza, è un dono. Ogni giorno entro in contatto con belle persone, perse in un mondo sconosciuto. Persone spaventate spesso, ma molto accoglienti. Persone che talvolta non sanno parlare la nostra lingua, non comprendono i nostri simboli, ma non per questo non comunicano.

Persone che pur nella difficoltà della loro malattia e della loro situazione sono capaci di dare un abbraccio, di confortare gli altri, di sorridere e cantare. Persone che a loro modo ci testimoniano un modo di vivere.

Seguire questi malati non è però a costo zero. Richiede enorme sforzo, elasticità, una presenza costante. Per essere vicino a loro in maniera positiva si arriva a volte ad azzerarsi per seguire quelle che sono le loro necessità.

Occorre smettere di parlare il proprio linguaggio e in silenzio, ascoltare e osservare cercando di comprendere il loro.

Occorre non lasciarsi prendere dal pessimismo.

Per riuscire a seguirli occorre riconoscere loro un valore e non soffermarsi unicamente sulle capacità che stanno perdendo.

I malati non si limitano a perdere nozioni nel corso della malattia, ma mettono in atto strategie diverse per restare ancorati a questa realtà. Quello che perdono a livello cognitivo, lo sviluppano a livello emotivo. Sanno leggere nel profondo delle nostre emozioni e dei nostri vissuti. Spesso vien la tentazione di dire, guardandoli: “Ma che vita è questa? Meglio morire!” Io che li frequento ogni giorno vi invito a guardare oltre l’apparenza. A riconoscere a questi viaggiatori senza tempo, il loro valore intrinseco.

Vi invito ad andare a trovarli, a stringere loro la mano. A vedere il sorriso sincero, con gli occhi che brillano.

Perché se c’è una cosa che questi malati hanno e vivono è la profonda coerenza di essere se stessi e di manifestarlo a noi che siamo loro vicini.

 

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