La storia in una fotografia

Di Redazione

Olimpiadi 1968di Lara Allegri

Sono fermamente convinta che i ricordi restino impressi nel mio cuore a immagini. Se penso ai momenti salienti della mia vita o alle persone che amo o che ho amato, ho conservato per essi un’immagine, un simbolo.

Questo mi capita anche per quello che riguarda gli eventi storici. Fra le migliaia di fotografie che ogni giorno mi capita di scorgere, ci sono quelle che mi scuotono nel profondo. Se dovessi fare un esempio recente penserei all’esodo di rifugiati dalla Siria. Siamo abituati, quasi anestetizzati di fronte alla quantità immensa di foto di cadaveri. Ma fra tutte, la foto di un bimbo morto su una spiaggia. Una foto emblematica che ha avuto il potere di interrogare, di risvegliare. Ma se questa immagine ci ha toccato profondamente e ci ha colpito al primo sguardo, esistono nella storia altre immagini il cui messaggio non è stato compreso immediatamente. Un po’ come capita con i quadri che hai bisogno di tempo per comprendere e interiorizzare, che hai bisogno di contestualizzare.

L’immagine di cui vi parlo l’avevo già vista in passato, ma senza che risvegliasse in me la benché minima reazione. Un podio, tre atleti. Due di colore, uno bianco che più bianco non si può. Piccoletto, capelli rossi. Gli atleti di colore indossano un guanto ciascuno e la mano è sollevata col pugno chiuso. Ho pensato a un gesto di vittoria. Eppure il dettaglio che rende la foto più importante è l’atteggiamento del terzo atleta. Capo chino, quasi a voler “scomparire” davanti alla potenza degli altri due. Le cose non tornano però: il piccoletto è arrivato secondo, che ha il terzo da festeggiare? E allora leggo la didascalia, cosa mai vorrà comunicarmi questa immagine?

Siamo nel 1968 e si parla del gesto di ribellione che hanno inscenato Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico. È l’anno della morte di Bob Kennedy e di Martin Luther King. Un gesto di forza per rivendicare i diritti delle popolazioni afroamericane. E fino a qui c’ero arrivata. Ma il piccoletto? Si chiamava Peter Norman e veniva dall’Australia, paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane, con l’intento di discriminare gli aborigeni. Peter chiese di poter partecipare a questo gesto e lo fece applicando alla sua divisa lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.Tre atleti, due mondi distanti eppure vicinissimi. Uno dalla parte dei “forti”, due da quella dei “deboli”. Vicini nonostante la distanza a favore dei diritti umani.

La storia è stata dura per tutti e tre gli attori della vicenda. I due americani furono espulsi e cacciati dalla squadra olimpica. Per anni furono oggetto di minacce di morte. Solo col tempo diventarono paladini della lotta per i diritti dei neri e furono riabilitati. A Peter andò anche peggio, fu solo, fu dimenticato nonostante il suo record e la sua gara stupefacente. Fu trattato da reietto, la sua famiglia fu screditata e trovare lavoro fu quasi impossibile. Continuò comunque la sua lotta come sindacalista. Si infortunò gravemente mentre svolgeva un lavoro saltuario, fu vittima di alcolismo e depressione. Per anni gli chiesero di distanziarsi da quel gesto, ma non lo fece mai! Fedele ai suoi valori.

Morì improvvisamente nel 1996, senza essere riabilitato. A portare la sua bara furono i due eroi americani che divennero suo grandi amici. Solo nel 2012 il governo Australiano si scusa e lo riabilita.

Noi lo ricordiamo riportando le parole che disse per spiegare quel clamoroso gesto: “Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”

E io sono lieta di aver scoperto una testimonianza tanto eccezionale. Parlerò di Peter Norman ai miei figli, indicandolo come un esempio da seguire. E ricorderò loro di non fermarsi alle apparenze, ma di cercare il senso vero delle cose, anche in una semplice fotografia in bianco e nero.

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