Nestlé, Lord Coe e la sporcizia dello sport

Di Redazione

Nestledi Libano Zanolari

Cose straordinarie accadono in questi giorni nello sport moderno riproposto in chiave nazionalista e militarista da prussiani e inglesi e in chiave pedagogica, ma anche antisocialista e antirivoluzionaria (“lo sport calma i bollenti spiriti”), dal barone De Coubertin. Sport diventato a 100 anni di distanza un semplice “show” televisivo poco dissimile da quello dei baracconi di periferia: con una “filosofia” (il professionismo) che contiene contraddizioni destinate a emergere con effetti devastanti.

Accade che le grandi multinazionali, sino a poco fa disposte a far carte false pur di legare il proprio nome agli anelli olimpici, a grandi squadre o a grandi campioni, con un clamoroso voltafaccia abbandonano la nave che secondo loro sta affondando: prima la Adidas con una sponsorizzazione di 33 milioni di dollari e ora la Nestlé che finanziava un progetto didattico della Federazione Internazionale di atletica di cui hanno beneficiato 15 milioni (!) di ragazzi e ragazze in 76 pesi. Non solo la potente multinazionale ha denunciato il contratto, ma ha ingiunto alla IAAF di togliere immediatamente il proprio nome da ogni manifestazione posta sotto l’egida di Lord Sebastian Coe, due volte olimpionico sui 1500 metri (1980 e 1984). Ma ritorniamo al paradosso: sino a poco fa legare la propria mercanzia (dalla patatina fritta al calzino passando per la caramella) allo sport significava, nella società dei consumi (e del facile plagio), garanzia di vendita. Lo sport rappresentava un ideale alto, puro. Non sempre in realtà, ma tutti vivevano (senza pagare un penny bucato agli autori, i Greci e De Coubertin) sfruttando una geniale invenzione: lo sport agonistico come sublimazione dell’istinto cruento, della guerra. Per eroi moderni. “Sani”. Ma se invece di essere un campo di leale agonismo nel rispetto delle regole lo sport, fra scommesse, doping, corruzioni e ruberie varie, diventa un arena per trafficoni di ogni risma e perde credibilità? Tutto crolla, dicono Adidas e Nestlé: non propriamente esempi di specchiata onestà. Secondo i dirigenti della Diadora, per esempio, il mostruoso Ben Johnson godeva di uno statuto di impunità simile a quella dei diplomatici: siccome la Adidas dava barche di soldi a Samaranch, il suo “testimonial” principe era intoccabile. Quando Johnson, che nella sua razione di doping aveva anche il Winstrol usato per ingrassare il bestiame, decise di passare alla marca italiana, la Adidas, secondo questa tesi, lo punì togliendogli l’immunità.

Anche la Nestlé ha i suoi peccatucci, non sempre ucci-ucci. Per esempio quando vendeva il latte in polvere a popolazioni che avendo l’acqua poco salubre non potevano prepararlo (costi a parte) senza pericoli per i piccoli. Non solo: “Ipocriti!” ha tuonato Lord Coe: “Perché non avete abbandonato il Tour de France quando il ciclismo era nella bufera del doping?”. Coe ha addirittura deciso di denunciare la IAAF per rottura ingiustificata di contratto. La “sporcizia”, l'”indegnità”, nella vita e nello sport non sono facili da dimostrare. Aspettiamoci quella che in tedesco si definisce “Schlammschlacht”: una lotta a palate di fango in faccia.

Tempi duri per i molti che si battono (anche dalle nostre parti) per un sport che deve aiutare la persona a crescere. Tempi di riforme urgenti in una società (capitalista trionfante) di certo non migliore del suo partner (o ex partner?) preferito.

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