Il distruttore: Guardiola for dummies

guardioladi Jacopo Scarinci

Pep Guardiola è inspiegabilmente uno degli allenatori più vincenti e celebrati. Se la questione trofei trova facile risposta nell’aver allenato solo gente che risponde al nome di Messi, Iniesta, Xavi, Neuer, Lahm, Robben e altri alieni, il motivo di cotanta partecipazione emotiva nel costruire il culto della sua persona stupisce e fa pensare.

Se ne potrebbero portare a dozzine di argomenti, anche se la stretta attualità si è incaricata di darcene uno bello pesante: il doppio confronto di Champions League con la Juventus. Nella gara d’andata è diventato di grave importanza il fatto di non avere una difesa: se è un problema che il Bayern si porta dietro da quando Lucio lasciò la Baviera e Demichelis e Van Buyten si trovarono i compleanni più sui 40 che sui 30, è altrettanto chiaro che se vuoi vincere la Champions non puoi permetterti né di farlo con Benatia e Kimmich centrali né sperando, come fa Guardiola da quando ha messo piede a Monaco, che pensi a tutto Neuer. Cambi di modulo assurdi, schemi che neanche a “Football Manager”, una difesa che fondamentalmente non serve a niente perché con Pep hai sempre tu la palla e secondo il suo pensiero “se l’hai tu, a che ti serve una difesa?” Risposta: quattro gol in due partite dalla Juve.

Nella gara di ritorno, invece, si sono visti i limiti del Guardiola “motivatore”, “filosofo” o tutte le altre etichette che la stampa mondiale gli ha regalato gioiosa in questi anni. Una squadra che va sotto di due gol in quel modo, in casa, in una partita decisiva dimostra che non è cambiata affatto da quando ne prese quattro dal Real Madrid due anni fa e venne rasa al suolo dal Barcellona l’anno scorso. Nessuna maturazione in tre anni: è grave. Hanno vinto però, i bavaresi. Sì, ma solo quando con un ritardo cosmico Pep si è reso conto che la formazione messa in campo era sbagliata su ogni livello, e guarda caso a decidere la partita sono stati quei Coman e Thiago lasciati a sbadigliare in panchina per 60 minuti il primo e 101 minuti il secondo. Una partita decisa dai singoli, e non dalla squadra, è quanto di peggio possa esistere per un allenatore come Guardiola.

Dopo aver rovinato mentalità, stile e consuetudini del Bayern, a giugno Pep andrà a far disastri in Inghilterra. In una squadra di sceicchi ricchi sfondati che stamperà assegni col ciclostile, of course, perché l’unico punto di contatto tra il Manchester City e la tradizione inglese sono i rutti e le esultanze di Noel Gallagher in tribuna. Che bel quadretto. Chissà quanto durerà Pep in un Paese dove l’eroe oggi è l’umile, simpatico e misurato Claudio Ranieri.

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