“Pantani” al LAC: Chi ha ucciso Marco?

Pantanidi Libano Zanolari

La “pièce” si apre con un azzeccato colpo di scena: a luci accese, mamma Tonina si scaglia contro i giornalisti, il pubblico e il mondo intero (“andatevene!”) colpevole della tragica fine di suo figlio, arrivando a ipotizzare l’omicidio dei responsabili con le sue stesse mani.

La madre non avrà pace sino a quando conoscerà la verità: non la troverà mai perché la verità fa male, implica una catarsi dolorosissima. L’alternativa è la mistificazione, la negazione dei fatti per salvare l’immagine del figlio, dell’eroe popolare. Possiamo comprendere la madre, non gli autori, perché usando a loro volta l’arma della mistificazione, evitano di mettere in scena la vera tragedia, quella dello sport moderno, con gli umani che la “scienza” (con il nostro consenso) vuole sovrumani, alterando la loro antichissima natura. L’assunto di partenza è falso: “Pantani non è mai stato trovato positivo all’antidoping: la percentuale di ematocrito oltre il limite legale del 50% riscontrata a Madonna di Campiglio (51,9) non costituisce prova, perché certe variazioni sono possibili”. Il paradosso è che l’astuta linea difensiva si basa su un’altra mistificazione. Non sapendo che pesci pigliare di fronte all’uso dilagante dell’Epo, l’Unione Ciclistica Internazionale arrivò al seguente compromesso-“escamotage”: l’ematocrito di una persona di norma raramente supera il 48%. A scanso di equivoci aggiungiamo il 2%. Chi supera il 50% non è formalmente accusato di doping, ma viene fermato “a salvaguardia della sua salute”.

Per non essere accusati dalla mamma di spirito persecutorio, malanimo e invidia nei confronti del figlio, aggiungiamo che tutti i grandi erano come Pantani, da Armstrong passando per Ullrich sino a Indurain. E per non essere accusati di sciovinismo rossocrociato, aggiungiamo Zülle e il campione del mondo Camenzind. Parlare di “anelito di giustizia” della madre, come fanno gli autori, tralasciando troppi fatti, è il peggior torto che possiamo fare alla storia del nostro tempo e al “Pirata”, vittima ma anche incapace di opporsi, accettando, come tutti, di agire in modo fraudolento. Bisognava mettere in scena per esempio, e non era nemmeno troppo difficile, la filosofia del successo ad ogni costo, il disprezzo delle regole e dell’etica dello sport. Bisognava citare l’omertà mafiosa che regnava nel mondo del ciclismo. Tutti sapevano, ma chi parlava era un infame, non trovava più ingaggio. Oppure bisognava dire dell’enorme potere delle multinazionali che legano il loro nome allo sport, dell’influenza della TV, della corruzione dei massimi dirigenti. Bisognava avere il coraggio di mettere in scena il fallimento della nostra civiltà dell’ “ALTIUS, CITIUS, FORTIUS”.

Ci sono dei limiti. Il sangue dei ciclisti era talmente denso che molti, di notte, si alzavano a pedalare per smuovere la massa. La verità medico-scientifica su Pantani, ma ripetiamo non solo su di lui, è terribile. Marco, controllato in seguito a una caduta, aveva l’ematocrito al 60%. Ben presto calò pericolosamente sotto la norma. L’uso massiccio e reiterato di Epo impediva al suo corpo di produrre il necessario in modo autonomo e naturale. La tragedia di Marco è la nostra, con l’aggravante di un ipotesi non considerata né dalla madre nella realtà, ne dagli autori nella “fiction”: Pantani, molto probabilmente, sarebbe stato il migliore anche senza doping, semplicemente a una media oraria inferiore, più umana. Ma noi non amiamo l’umano, vogliamo il mostruoso. Ci ucciderà “hybris”, la dismisura di cui Eraclito 2’500 anni fa parlava come di un pericolo “superiore al fuoco distruttore?”

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