Il mio Ian Curtis

Di Jacopo Scarinci

Ian Curtisdi Jacopo Scarinci

Ci separano oggi 36 anni da quella sera in cui Ian Curtis, leader dei Joy Division, dopo aver visto “La Ballata di Stroszek” di Herzog e aver ascoltato “The Idiot” di Iggy Pop, decise di arrendersi alla vita e di farla finita impiccandosi nella cucina di casa sua. 36 anni dove emozioni, musica, testi e vita sono stati cristallizzati nell’agonia, nella pesantezza, nella difficoltà con le quali, spesso, soprattutto involontariamente, viviamo.

Nessuno come Curtis è riuscito a spiegare che la vita in fondo non sia ‘sta gran cosa. Cantore del dolore, della malinconia e dell’incapacità di far fronte al vivere, ha portato intere generazioni – ed è così ancora oggi – a trovare in lui un aiuto, un conforto. Premere play e invece che trovarsi ammiccanti, commerciali e imbarazzanti facilonerie à la MTV trovarsi un amico, uno che ha messo in musica il tuo dolore, le tue lacrime, il tuo isolamento. Ian Curtis era fragile come lo siamo un po’ tutti, paranoico e inquieto, succube di fantasmi e ansie, sfortunato e fottutamente geniale. Più che un amico lontano, più di un simbolo. Una carezza sulla nostra anima, un’assenza che si è fatta presenza in chi c’era, nei suoi compagni di avventura, e in chi, come il sottoscritto, nel 1980 non era neanche nella più fervida immaginazione dei genitori appena universitari.

Persona fragile diventata roccioso mito, Ian Curtis è stato amato da tutti. Dai fan che da subito capirono l’enormità che erano i Joy Division, a Debbie, sua moglie, che nonostante tradimenti e paturnie varie non è mai riuscita a smettere di amarlo, al bassista del gruppo, Peter Hook. “Hookie”, da qualche anno, gira il mondo con la sua nuova band replicando il repertorio dei Joy Division: sempre e inevitabilmente, sono date sold out. Euforico dopo la data di Roma di qualche giorno fa, è stato avvicinato da un fan che gli ha chiesto se Ian gli mancasse. L’euforia è diventata tristezza, e gli occhi si sono riempiti di lacrime in un secondo. “Sì, mi manca. Ogni giorno. Ma nella vita bisogna pur andare avanti, e io lo ricordo con questi concerti”.

L’ultimo testo scritto pochi giorni prima di suicidarsi in preda a epilessia e tristezza, è diventato “Ceremony”, il primo singolo dei suoi compagni rinominatisi New Order. Con già chiare in sé intenzioni e resa incondizionata, Ian Curtis scrisse: “Guardando l’amore crescere, per sempre”. Ed è tutto in questo verso, il mio ricordo di questo sfortunatissimo ragazzo di Manchester.

Solo e paranoico, genio e succube, narratore di vivida realtà. Amico mai conosciuto, dalle casse dello stereo ha fatto capire a chissà quante persone che non erano sole nell’affrontare la vita. E che l’amore, dopo averci straziato, continuerà a crescere. Con noi, o senza di noi.

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