“Ken il Rosso” e le sue denunce vincono a Cannes

loach ken-1di Ulrike Blum

Fa effetto poter parlare di un Festival del Cinema per la vittoria di un grande film di un immenso regista invece che fermarci alla mise di Bella Hadid o a gossip di contorno.

Questo lo dobbiamo a Ken Loach che, a dieci anni tondi di distanza da “Il vento che accarezza l’erba”, vince la sua seconda Palma d’Oro a Cannes grazie a “I, Daniel Blake”, un film pieno, grintoso, di denuncia come suo solito. Narratore degli ultimi e delle vittime della società, “Ken il rosso” questa volta ha raccontato la storia di un carpentiere reduce da un infarto e una giovane mamma disoccupata lasciata da sola a crescere i figli. Un viaggio nell’asfissiante burocrazia, nell’opprimente condizione di non essere fortunati e di non poter condurre una vita neanche decente.

Secondo i suoi detrattori, Ken Loach fa sempre lo stesso film. Stessi temi, stessi giudizi sulla società, stessi significati. Il fatto è che non è colpa sua se in Inghilterra (e nel mondo) non è cambiato granché da quando – e ormai son decenni – ha iniziato a fare film di denuncia sociale. Il sistema pensionistico inglese è sempre più folle, il sistema dei sussidi è sempre quello descritto da Irvine Welsh in “Trainspotting” (in più, loro, avevano pure la sfiga di essere scozzesi), l’inserimento nella società di chi non ha il padre ricco è sempre complicato: accesso agli studi difficile, stato sociale molto poco sociale. Poco e nulla è cambiato in una Gran Bretagna che oggi urla alla Brexit soprattutto per i suoi drammatici errori, e poco e nulla cambia quindi nel cinema di un Ken Loach sempre più sociologo oltreché regista.

Grazie a lui questi temi sono sbarcati in mezzo alle paillettes e ai lustrini di Cannes. “Un mondo migliore è possibile”, come detto proprio da Loach nel discorso di ringraziamento.

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