Cos’è la Brexit e perché la sua riuscita sarebbe un danno per la Svizzera

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Brexit Svizzeradi Jacopo Scarinci

Il referendum con il quale la Gran Bretagna il 23 giugno deciderà se rimanere o no nell’Unione Europea non è un fatto lontano. In Svizzera non se ne parla molto: la parte del leone la fanno i convinti antieuropeisti, che parteggiano per la Brexit quasi fossero essi stessi britannici, abbandonandosi al tifo sragionato come si fa per una squadra. Il problema è che non si parla di calcio e hockey, ma di soldi, posti di lavoro, economia e politica: argomenti sui quali rischieremmo di scivolare anche noi in caso di vittoria dei “leavers”, nel caso in cui la Gran Bretagna uscisse dall’UE.

La storia di una pallina impazzita

Il referendum sulla Brexit non è altro che una pallina impazzita. La sua storia è semplice. Il premier inglese Cameron per arrivare alle elezioni generali del 2015 con lo schieramento conservatore compatto ha messo nel programma, in caso di vittoria, la promessa di convocare un referendum sull’uscita dall’Unione Europea. Risultato: laburisti schiantati, conservatori al governo senza appoggi esterni, sua immagine rilanciata per un ultimo mandato tranquillo a Downing Street. Ogni promessa è debito: quella che ai tempi era ritenuta una formalità notarile – il referendum – viene programmata per giugno 2016, e piano piano iniziano le grane: il leader populista dello United Kingdom Indipendence Party (UKIP) Nigel Farage gongola, gli scozzesi dicono subito che in caso di Brexit loro rimarranno nella UE, i conservatori si spaccano. Figure di spicco del governo mollano Cameron nonostante i negoziati con Bruxelles abbiano fatto portare molto a casa, i sondaggi mostrano come per la Brexit ci siano possibilità e il vulcanico ex sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, intravede la possibilità di scalzare l’amico (poco)-nemico (molto) dal 10 di Downing Street: convoca la stampa davanti alla porta di casa e comunica che si schiera per la Brexit, ne diventa il simbolo e la guida, con l’obiettivo dichiarato di diventare Primo Ministro di Sua Maestà. Calcolo personale quello di Cameron ai tempi, calcolo personale quello di Johnson oggi. La pallina, intanto, è impazzita. Dove rimbalzi non si sa, ma con quali possibili danni, invece, sì.

Le conseguenze? Auguri

La principale tesi dei sostenitori della Brexit è che l’immigrazione stia distruggendo la Gran Bretagna, che vada fermata. Non è del tutto vero: che la Gran Bretagna accolga un alto numero di immigrati, soprattutto dall’Europa, è innegabile, sì, ma come lo è il fatto che di questi immigrati ne hanno bisogno. La cosiddetta manodopera a basso costo, tipo operai nei cantieri, camerieri nei bar e nelle pizzerie, fattorini e lavoratori di fatica sono un’impellente necessità del mercato del lavoro britannico. Vuoi per la paga bassa, vuoi perché gli inglesi certi lavori hanno smesso di farli l’immigrazione serve eccome al Regno Unito.

Anche la tesi della disoccupazione – altro caposaldo dei “Leavers” – non sta in piedi. Consultando il rapporto Eurostat/Bureau of Labor Statistics, notiamo come la disoccupazione in Gran Bretagna sia in continua discesa: dall’8,4% registrato nell’ottobre 2011 si nota una discesa continua, addirittura vertiginosa negli ultimi due anni e mezzo, che la porta al 5,4%, ultimo dato disponibile.

Nigel Farage, in un’intervista concessa al Corriere della Sera sabato 11 giugno, afferma che Londra non è più una città inglese, perché piena di immigrati. Sorprende che un nazionalista non si sia accorto di come Londra sia una città cosmopolita da sempre, e grazie all’Impero inglese. Per questo motivo, all’inizio, sono arrivati indiani, pakistani e bangladesi. Per questa vocazione è sempre stata il centro d’attrazione per giovani di tutto il mondo, che hanno contribuito con sudore e tasse alla sua magnifica grandezza. Per questa vocazione, Sadiq Khan è diventato sindaco venendo preferito a un borghese rappresentante delle élite londinesi.

Da gennaio a oggi, la sterlina ha già perso l’8% in confronto all’euro. Una volatilità del genere si vide solo con la crisi dei subprime: britannici e sostenitori della Brexit sono liberi di arrivare da soli a comprendere le ulteriori conseguenze di un’uscita dall’UE.

Nonostante i “leavers” minimizzino – e qui ci ricordano da vicino leghisti e democentristi nostrani che passarono la campagna del 9 febbraio a dirci che con l’Europa, maddai, che problemi ci saranno mai? –, le conseguenze di una Brexit sarebbero ingenti. La Bank of England nelle ultime settimane sta varando un piano di sicurezza dietro l’altro per garantire liquidità, la sterlina rischia di finire sull’ottovolante. La prima conseguenza sarebbe pratica: se oggi ogni nucleo famigliare “paga” l’appartenenza all’UE 480 franchi, in caso di Brexit la sua economia domestica si troverebbe con 6’000 franchi in più all’anno di spese correnti. Non è finita qui: esattamente e ancor più di come successo con noi, l’UE trarrebbe le proprie conclusioni. In questo senso, il potente e inflessibile Ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble è stato netto: in caso di Brexit, la Gran Bretagna direbbe addio all’accesso al Mercato unico e soprattutto, al contrario nostro, non ne avrebbe un accesso privilegiato. Insomma, auguri. Esportazioni, commercio, transazioni: nulla sarebbe più come prima.

Le conseguenze per la Svizzera

I tifosi della Brexit in Svizzera sono mossi soprattutto da motivi ideologici e dall’astio verso tutte le istituzioni europee. Non si vogliono commentare questi sentimenti, ma in quest’ultima parte si vogliono prendere in esame le dirette conseguenze di un’eventuale Brexit sul nostro Paese. Dove non arriva la riflessione, arriva sempre il borsellino.

Innanzitutto la City, la piazza finanziaria inglese, subirebbe gli effetti di un tornado che si ripercuoterebbero pesantemente su tutte le piazze finanziarie europee prima, mondiali dopo. La fragilità di quella ticinese, vittima del recente caos della BSI, la renderebbe un bersaglio non indifferente.

Come scrupolosamente riportato dall’ex consigliere nazionale socialista e politologo giurassiano Jean-Claude Rennwald, le imprese svizzere hanno investito in Gran Bretagna qualcosa come 80 miliardi di franchi e danno lavoro a circa 200 mila persone. In caso di Brexit tutto cambierebbe: si inizierebbe con le delocalizzazioni, se non con le chiusure. Delocalizzazioni e chiusure che, giocoforza, andrebbero a toccare i bilanci delle aziende che comunque hanno sede qui. La prima tessera del domino che cade, tira giù tutte le altre.

Un’eventuale Brexit sarebbe un altro uragano sull’euro, che si indebolirebbe di molto dalla notte al giorno facendo impennare il franco. Se la decisione della Banca Nazionale Svizzera di abbandonare la soglia minima ha creato uno scompenso ancora non rientrato oggi, è lecito immaginarsi che si entrerebbe in un altro periodo di turbolenze – e questa volta molto più forti. L’industria, specialmente quella che esporta, e tutte le aziende che hanno pagato con licenziamenti e chiusure l’abbandono della soglia minima vedrebbero in serio pericolo il loro avvenire. E con loro, va da sé, i salariati.

Il tema dei rapporti con l’UE, anche se non è sullo stesso piano di lavoro ed economia, e nonostante sia la preoccupazione principale di molti svizzeri, è un altro che subirebbe pesanti contraccolpi dalla Brexit. Innanzitutto, e ce lo conferma il Segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali Jacques De Watteville, il dossier Svizzera/EU – leggasi applicazione dell’Iniziativa contro l’immigrazione di massa – finirebbe d’incanto tra le ultime preoccupazioni di Bruxelles: si spianerebbe la strada verso la soluzione che suggerì Manuele Bertoli prendendosi minacce di morte e valanghe d’insulti, ovvero votare una volta per tutte sugli Accordi bilaterali nella loro interezza. Nel contempo, è prevedibile che l’UE – confrontata con la Brexit – si incattivisca contro i partner, interni come esterni, più riottosi. Metterebbe alle strette Austria, Paesi Bassi e Danimarca, sarebbe ancor più rigida con noi: una soluzione del nostro contenzioso sarebbe ancora più lontana di oggi, e non dovrebbe più passare dalla diplomazia ma da un voto popolare definitivo.

Il referendum britannico ci interessa da vicino, molto più di quanto pensiamo. Non possiamo far nulla, se non seguire le cronache e, la notte del 23, i risultati. Ma iniziare a fare i conti con quello che potrebbe succedere se il desiderio degli ultrà dell’antieuropeismo trovasse compimento, sì. E in fretta.

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