La nazionale svizzera e i calci in culo

Di

puma nazionaledi Corrado Mordasini

Bello lo sport. Quanta emozione vedere la nostra nazionale giocare e reggere i colpi di avversari blasonati, peccato per quella storia delle magliette. Una figura barbina per la Puma e un’umiliazione per i rossocrociati, che sembravano dei barboni in calzettoni.

La Puma si è scusata con la nazionale svizzera. Una partita difettosa. Forse però verrebbe da chiedersi dove le fabbricano le magliette. Dai, lo sapete. Non a Stabio. E nemmeno a Payerne, o a Zurigo. Sotto sotto lo sapete. Lo sport è bello, e non è giusto sporcarlo coi fantasmi che solleticano la coscienza. Ma io sono un bastardo. Rimestare coscienze è per me una seconda natura. Ecco, in un articolo di Repubblica del 2010, un estratto sulle condizioni dei lavoratori della Puma in Cina:

“Siamo sottoposti a una disciplina di tipo militare. Alle 6.30 dobbiamo scattare in piedi, pulirci le scarpe, lavarci la faccia e vestirci in 10 minuti. Corriamo alla mensa perché la colazione è scarsa e chi arriva ultimo ha il cibo peggiore, alle 7 in punto bisogna timbrare il cartellino sennò c’è una multa sulla busta paga. Alle 7 ogni gruppo marcia in fila dietro il caporeparto recitando in coro la promessa di lavorare diligentemente. Se non recitiamo a voce alta, se c’è qualche errore nella sfilata, veniamo puniti. I capireparto urlano in continuazione. Dobbiamo subire, chiunque accenni a resistere viene cacciato. Noi operai veniamo da lontani villaggi di campagna. Siamo qui per guadagnare. Dobbiamo sopportare in silenzio e continuare a lavorare. (…) Nei reparti-confezione puoi vedere gli operai che incollano le suole delle scarpe. Guardando le loro mani capisci da quanto tempo lavorano qui. Le forme delle mani cambiano completamente. Chi vede quelle mani si spaventa. Questi operai non fanno altro che incollare… Un ragazzo di 20 anni ne dimostra 30 e sembra diventato scemo. La sua unica speranza è di non essere licenziato. Farà questo lavoro per tutta la vita, non ha scelta. (…) Lavoriamo dalle 7 alle 23 e la metà di noi soffrono la fame. Alla mensa c’è minestra, verdura e brodo. (…) Gli ordini della Puma sono aumentati e il tempo per mangiare alla mensa è stato ridotto a mezz’ora. (…) Nei dormitori non abbiamo l’acqua calda d’inverno”. Un’altra testimonianza rivela che “quando arrivano gli uomini d’affari stranieri per un’ispezione, gli operai vengono avvisati in anticipo; i capi ci fanno pulire e disinfettare tutto, lavare i pavimenti; sono molto pignoli”.

Mille franchi di multa per i colpevoli, una cifra ridicola se pensiamo ai profitti. In una scarpa di questo tipo il lavoro dell’operaio incide per l’1,3% e il materiale per il 4,7%. Il rimanente 94% è profitto suddiviso tra grossista e dettagliante. Nel 2014 gli operai hanno scioperato per avere diritto almeno alle assicurazioni e a una previdenza sociale. Ma la Cina del miracolo economico mica può chinarsi sulle esigenze dei piccoli.

Però additare solo la Puma sarebbe ingeneroso. Puma è in buona compagnia con Nike e Adidas, che da sole gestiscono il 50% del mercato. Nelle fabbriche che producono per Adidas mancano i basilari diritti. 65 ore settimanali per paghe da miseria. Straordinari, abusi verbali e fisici e punizioni se non si raggiunge la quota di produzione, roba da schiavisti. Nel 2012, Nike ricevette pesanti accuse che parlavano di lavoro minorile, la prassi in molte aree del sudest asiatico e della Cina. Ma soprattutto Nike va a braccetto coi regimi oppressivi, come quello indonesiano, dove i liberi sindacati sono illegali e i sindacalisti sono spesso imprigionati o uccisi.

Queste aziende spendono centinaia di milioni all’anno in pubblicità. Un’irrisoria fetta di questa cifra permetterebbe il miglioramento sensibile delle condizioni degli operai. Intanto noi continuiamo a guardarci le nostre meravigliose partite. Anche un po’ piccati per la figura che ci ha fatto fare la Puma con questa storia delle magliette.

Gli europei continueranno tra feste, megaschermi e birre ghiacciate, mentre nella provincia del Guandong, Bao Cheng cuce magliette con una vecchia macchina insieme a duecento colleghi per 12 ore al giorno. Bao Cheng nemmeno gioca a calcio ed è pure malato, ma lavora lo stesso perché sennò lo buttano fuori. I calci in culo. Questi sono gli unici che Bao conosce.

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