Le tre vite di Cassius Clay/Muhammad Ali

Di Redazione

Muhammad Alidi Libano Zanolari

Affermava di aver avuto una prima vita e un nome da schiavo (Cassius Clay); convertito alla “Nazione Islamica” da Malcom X che predicava la supremazia nera sui bianchi, divenne Muhammad Ali, un pugile di fama mondiale: si rifiutò di combattere in Vietnam (“nessun vietkong mi ha mai detto negro”), fu condannato a 5 anni di carcere e perse il titolo mondiale: adorato come un Dio e odiato come un traditore. Colpito dal morbo di Parkinson, unì tutti, amici e nemici, accendendo con mano tremante la fiamma olimpica ad Atlanta nel 1996: da quel momento visse una terza vita.

“Dio mi ha fatto diventare un campione, la malattia un uomo”. La grandezza e il paradosso della vita del “labbro di Louisville” sta tutta qui: poteva bestemmiare Dio e la scienza medica impotente, poteva far uso dei tutte le droghe immaginabili, poteva suicidarsi. Ha accettato con grande umiltà il suo destino, terribile specialmente alla fine, quando aveva perso anche la capacità di comunicare, lui che con la parola aveva contribuito a cambiare l’America, lui così poco umile e poco sportivo come quando insultava Sonny Liston a terra (“orribile scimmione!”)  o quando diceva: “l’avversario? Lo ucciderò” incitando le 40mila persone presenti allo stadio di Kinshasa contro il favorito Foreman (battuto per KO) ad urlare: “Boma-ye”, “uccidilo!”

Muhammad aveva convinto molta gente, negli Stati Uniti e in Europa, che il suo comportamento sprezzante e arrogante era necessario per liberare se stesso e i suoi fratelli dalle catene. Era perdonato. Umiliò e picchiò in tutti i modi Ernie Tyrrel per 15 round perché lo chiamò con il suo vecchio nome, Cassius Clay. E ad Atlanta, a soli 15 anni dal suo ultimo incontro malamente perso con Berbick, a soli 54 anni, teneva la torcia olimpica con la sua terribile mano destra, ancora abbastanza salda, ma senza poter controllare la sinistra, che tremava in modo spaventoso: per qualche attimo parve spaurito, incapace di vincere la partita. Tememmo che non ce l’avrebbe mai fatta a coordinarsi per  un gesto in definitiva semplice: abbassare la torcia, metterla in contatto con un “testimone” imbevuto di materia infiammabile che sarebbe salito sino al gigantesco braciere a forma di cono, accendendo il fuoco sacro. Alla fine Muhammad riuscì nell’impresa, dando dignità a una malattia che lo aveva ridotto a un povero fantoccio, esattamente come lui affermava di voler ridurre, e sovente riduceva, gli avversari. Mai segreto fu più impenetrabile: chi commenta la cerimonia d’apertura riceve all’ultimo istante la descrizione sommaria delle scene, i nomi di molti protagonisti, ma non il nome di chi accende la fiamma olimpica, anche se sovente c’è chi vende per lucro la notizia a qualche potente canale televisivo. Il rispetto per Muhammad Ali era tale per cui nessuno parlò, e se anche qualcuno venne a sapere, nessuno fiatò per non diminuire l’enorme portata mediatica, ma in questo caso soprattutto umana del gesto.

Quando la grande nuotatrice Janet Evans, alla terza Olimpiade e alla quarta medaglia d’oro seppe che era stata scelta per passare la torcia ad Ali, oppose un rifiuto dichiarandosi indegna. Dovettero intervenire le autorità olimpiche e politiche per convincerla. Si allenò molto: temeva di perdere il controllo di se stessa, di non poter trattenere il pianto. Come dichiarò a missione compiuta.

Narra il biografo di Muhammad, Ishmael Reed, che prima di affrontare Sonny Liston, Ali, che si chiamava ancora Cassius Clay, andò a trovare un bimbo malato di cancro e gli disse che entrambi avrebbero vinto: lui contro Liston, il bimbo contro il cancro. “No” rispose il bimbo, “io andrò da Dio e gli dirò che ti ho conosciuto”.

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