Calcutta arriva a Lugano. Recensione di “Mainstream”

musicadi Narses

Diciamolo chiaramente: per quanto siano dei mostri sacri, non è più il tempo di De Andrè, Guccini, De Gregori e di tutta la scuola classica del cantautorato italiano, siamo ormai lontani dalla locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia o dalla Libertà che è partecipazione o dalla poetica pacifista della Guerra di Piero; se una volta si cantava in musica l’impegno di una generazione affascinata dalle ideologie incitando alla rivolta contro l’establishment borghese, adesso la nuova musica italiana racconta d’altro, di problemi del quotidiano, di un disagio crescente e senza sbocco, della fatica di trovare punti di riferimento elevati in un contesto in cui ormai le ideologie sono fondamentalmente ridimensionate ed espresse da attori politici che si preoccupano più di marketing elettorale che di politica nel senso autentico del termine.

In questo senso va letto il nuovo lavoro di un giovane cantautore, Calcutta (al secolo Edoardo D’Erme): non arriva dalla Capitale, bensì dalla provincia, da quella Latina tirata su dal Ventennio, e dopo una gavetta nel circuito underground romano è salito alla ribalta del panorama musicale indipendente italiano con questo “Mainstream” che è un po’ una bella novità in un contesto in cui (non vogliatemene male) a volte l’essere indie, alternativo e indipendente a tutti i costi comporta il produrre delle robe che nella loro paranoia del pop e del commerciale sono decisamente un po’ troppo di nicchia.

Calcutta sceglie di essere mainstream di proposito, di percorrere musicalmente la via del pop, quello fatto bene, delle canzoni orecchiabili e carucce ma al tempo stesso con i suoni giusti per essere ancora meno commerciali di quanto lo stesso concetto di pop imporrebbe, e lo fa per raccontarci del disagio (usiamola pure questa parola, senza patemi d’animo) e della insofferenza di una generazione che, di fronte a un sistema di valori che è ormai un ammasso di ruderi, spinta magari dai genitori post Sessantottini verso l’impegno a tutti i costi vuole solo trovare una dimensione personale nelle piccole cose, senza pretesa di voler cambiare il mondo o fare la rivoluzione per forza, mantenendo un profilo basso senza eroismi di sorta.

Scorrendo i brani, in Gaetano sono palesi la noia e l’insofferenza per quella Sinistra tutta slogan e frasi fatte, preda dei suoi stessi stereotipi (“ho fatto una svastica in centro a Bologna/ma era solo per litigare/non volevo far festa e mi serviva un pretesto…tu vuoi aprire un’azienda che fa tende con le mani”), quella che ha fatto il Sessantotto e che ne rincorre ancora il mito nonostante i compromessi e il mutare delle circostanze: “salutami tua mamma che è tornata a Medjugorje/e non mi importa niente di tuo padre, ascolta De Gregori/a me quel tipo di gente no non va proprio giù”, canta Calcutta in Limonata, ormai figlio di una generazione che ne ha abbastanza dei mostri sacri e dei miti. C’è, in Milano, la voglia di sfuggire alla mondanità e alla vita sociale a tutti i costi per rifugiarsi nella dimensione confortevole della provincia, quasi un porto salvifico contro la frenesia del mondo che impone di divertirsi a tutti i costi (“ Ci sono giorni che io vorrei buttare/ed altri, invece, in cui mi va di disegnare/ma non ci riesco più/se dopo passi tu che poi mi porti a bere/e scusa io non voglio fare male/e scusa io lo so che tu stai bene/ma Milano è un ospedale /e io stasera torno giù e ritorno a respirare”); e non è forse un caso che il pezzo secondo me più bello del disco si chiami proprio, quasi in antitesi al mito della grande città, Frosinone, la piccola realtà che fondamentalmente è l’unico posto in cui trovare uno spazio di serenità per se stessi di fronte a un mondo che cambia forse troppo in fretta e che demolisce le vecchie certezze: “ti chiedo scusa se non è lo stesso di tanti anni fa/leggo il giornale e c’è Papa Francesco/e il Frosinone in Serie A”.

Mainstream di Calcutta, insomma, è un album che racconta in modo dimesso e disincantato la frattura fra la generazione in kefiah ed Eskimo, degli eventi culturalmente e socialmente impegnati e quella della felpa logora sul divano con pizza e serie TV, fondamentalmente di quelli che si son rotti un po’ le balle di dover citare Gramsci ogni 3 parole per esser fighi, perché esser fighi ormai non conta un cavolo.

Calcutta sarà in concerto a Lugano al Busker Festival domani, il 14 Luglio, da solo e il 15 insieme alla sua brava band: penso valga la pena andare a vederlo per avere un momento di spontaneità e freschezza.

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