Nei campi profughi non si fa più all’amore

Di Lisa Bosia Mirra

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di Lisa Bosia Mirra

Nei campi profughi non si fa più all’amore. Anche questo gli abbiamo tolto, anche il piacere dell’intimità. Schiacciati, ammassati sotto tende in cui la temperatura può superare i 40°, con l’acqua razionata a un litro e mezzo per giorno a testa, cibo dal gusto rancido, toy-toy puzzolenti come unici servizi; costretti a dormire su brandine militari senza lenzuola, con a pochi metri un’altra famiglia, con altri figli, con altri anziani, hanno rinunciato all’amore.

Come potrebbero? Hanno perso tutto, hanno subito una lenta, inesorabile progressiva spogliazione e sono rimasti senza nulla. Fino a due mesi fa avevano speranza e dignità. Una grande enorme speranza nell’apertura delle frontiere e una grande enorme dignità nonostante le tende nel fango, nonostante le file, nonostante la fame. La speranza è morta all’alba di una mattina di giugno con lo sgombero di Idomeni e quello di Eko e Hara camp che sono seguiti a breve. Mentre l’internamento nei campi governativi gli sta togliendo la dignità: i siriani dei campi governativi greci stanno diventando degli accattoni. È inevitabile. Non hanno soldi, niente. Né per acquistare lo zucchero né per una ricarica del telefono, né per tutto quello che normalmente serve. L’unica possibilità di avere un minimo sostegno finanziario viene dagli stranieri che cercano di portare un aiuto in questo disastro umanitario. Capita che passi tra le tende e le donne ti chiedano di dargli i pantaloni che indossi. Perché sono larghi, perché sono di cotone. Loro indossano dei jeans o dei pantacollant pesanti con dei vestiti lunghi che impediscono la traspirazione. Tutto serve e tutto paradossalmente è inutile perché le tende non possono contenere beni materiali oltre lo stretto indispensabile.

Nella tenda di Ibrahim sono in sei: papà, mamma e quattro figlioli tra i dodici e sei anni. Negli ultimi cinque anni nessuno di loro è andato a scuola. Vengono da Raqqa, la capitale del sedicente Stato Islamico. “Un paese di folli” – racconta Ibrahim – “passavano di casa in casa ad annunciare le esecuzioni pubbliche. Era obbligatorio presenziare, se non andavi e se non portavi tutta la famiglia rischiavi di essere il prossimo. E quindi ci andavamo, con i miei figli. Anche loro hanno assistito alle esecuzioni. Ho deciso di partire quando un giorno il mio secondo figlio ha tentato di sgozzare il maggiore per gioco. Abbiamo capito che dovevamo andarcene, che non c’era futuro. Adesso siamo qui, in mezzo al nulla, ad aspettare che l’Europa ci dica quando potremo partire da qui. Non per me, io potrei anche resistere, ma loro?” – e indica i suoi figli – “Loro hanno bisogno di andare a scuola, di costruirsi un futuro.”. Ibrahim ha tutta la pelle segnata da una malattia ma dice che non è grave, l’ha sempre avuta, anche prima. Solo che il sole abbacinante del campo e il caldo hanno peggiorato il sintomo.

 

Sono belli, ci invitano a consumare con loro la cena per la fine del Ramadan, partecipiamo con un’offerta in denaro e quando torniamo a notte inoltrata troviamo ad attenderci un meraviglioso spezzatino di fegato. Una delizia. I bambini mangiano felici e poco dopo si addormentano. Uno ha un poco di febbre. Come la famiglia di Ibrahim ce ne sono altre centinaia nel campo di Neakhavala, il più grande della Grecia: 3’600 persone ammassate nelle tende intorno a una vecchio aeroporto in disuso. Il cibo è pessimo, non c’è elettricità, l’acqua razionata, nessuna zona d’ombra. Sono tutti abbronzati, molto abbronzati, quasi bruciati. Ogni campo ha le sue disgrazie: se a Neakhavala si cucina sul fuoco e ci sono due pentole ogni tre tende da scambiarsi, a Karamallis la piaga sono le zanzare e l’odore. L’acqua stagnante delle docce che non scaricano ha prodotto migliaia di zanzare che sono ovunque, affamatissime, feroci. Bambini e adulti sono prede piene di piaghe. Vietato acquistare e accendere zampironi, liquidi elettrici. Il campo è all’interno di un capannone industriale, le tende le une ammassate alle altre, il rischio che divampi un incendio troppo elevato. Un campo piccolo gestito dal team di Swisscross capitanato da una famiglia di Zurigo che da due anni si occupa dei profughi a tempo pieno. Un campo che prima era una conceria di pelle. La puzza è penetrante e il caldo peggiora le cose. Questo campo in cui vivono circa 600 persone di cui 300 bambini è stato visitato da ben tre consiglieri nazionali: Cesla Amarelle, Cédric Wermuth del Partito Socialista e Andreas Glarner dell’UDC, sindaco di Oberwil-Lieli, paesino del Canton Argovia che al tempo della disputa se accettare o meno la presenza di profughi alla domanda: “Cosa consiglierebbe a una madre con due bambini che cerca rifugio in Europa?”, aveva risposto: “Dovrebbero ripartire, perché sono potenziali beneficiari dell’assistenza sociale e vivranno per sempre sulle nostre spalle”.

Non so immaginare cosa sarà della situazione in Grecia, pare che il buon Glarner dopo la visita a Karamallis si sia ricreduto, che abbia capito che sono esseri umani anche i profughi, che prima della guerra avevano un lavoro, una casa, dei progetti e che hanno solo bisogno di un po’ di incoraggiamento iniziale per tornare ad essere cittadini. Non so. So per certo che non fanno più all’amore, che anche questo hanno perso.

E mi chiedo se sia proprio necessario vedere con i propri occhi per comprendere la sofferenza e la disgrazia che è capitata a queste persone. Non c’è una sola tenda, non una, sotto cui non si trovi un anziano, una donna vedova, dei bimbi piccoli o un disabile. In Grecia oggi ci sono 58’000 casi vulnerabili che aspettano un resettlement, 58’000 vittime di guerra.

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