Ritorno alle origini

Di

 

impastare

di Tiziana Jonas Mordasini

Lo chiamano sviluppo, società avanzata e quant’altro, si cerca di preparare tutto per poter fare la minor fatica possibile. Per certe cose diciamo che ci sta: abbiamo la luce elettrica, l’acqua corrente in casa e un bel gabinetto pure quello a portata di mano. Mia nonna era nata nel 1878 e mio padre le aveva fatto, poco prima che morisse, un’intervista in cui raccontava le sue impressioni sull’arrivo della tecnologia. Lei era della valle Onsernone, una valle chiusa e ostile, un mondo a sé dove il “grande viaggio” era andare fino a Locarno a piedi, un’impresa che prendeva tutto il giorno. Lì la tecnologia è arrivata forse ancora più tardi. Comunque in questa improvvisata intervista, mia nonna racconta come tutti fossero scesi in piazza per vedere l’arrivo della prima automobile: una carrozza magica che non aveva cavalli a trainarla. Racconta quando arrivò l’elettricità, un altro fenomeno inspiegabile che permetteva di avere luce all’interno di una lampadina azionando un bottone. Lo stupore alla vista della prima lampadina elettrica che illuminava la stanza senza dover accendere una candela era stato grande. Un racconto commovente e incredibile se pensiamo a tutto ciò che abbiamo oggi. Oramai la tecnologia pervade tutta la nostra esistenza, dalla registrazione dei primi battiti cardiaci quando ancora nemmeno siamo nati, ai telefonini, alla televisione, ad internet. Ogni oggetto oggigiorno deve essere collegato in qualche modo alla Rete: recentemente ho sentito di una banda di ladri che era riuscita ad entrare nella rete di casa e disattivare l’allarme tramite un bollitore che era collegato ad essa.

Tutto questo sinceramente mi fa un po’ paura, non per la tecnologia in sé, ma al pensiero che se tutto questo dovesse venire meno per qualche motivo piomberemmo al livello del Medioevo, se non peggio. Certo, abbiamo radio, televisione, telefono ed elettricità, ma quanti di noi sarebbero in grado di costruirsene uno da soli? O sanno come funziona una radio? Quanti di noi sarebbero autosufficienti senza la società che ci prepara tutto fatto su un piatto d’argento?

E a proposito di piatto, la cosa che più mi lascia perplessa sono tutti questi piatti già pronti: basta aprire il congelatore tirare fuori una busta buttarla nel microonde e voilà la cena è pronta.

Forse avendo un po’ questi pensieri nel subconscio, forse perché mi piace mettere le mani in pasta, in genere cerco almeno in cucina di tornare un pochino alle origine e fare le cose da me. Dalle tagliatelle, alle lasagne, ai ravioli. Ho provato a fare la pancetta aromatizzata nella mia cantina, faccio sciroppi e marmellate, liquori, gelato…insomma tutto ciò che mi pare sfizioso e che mi sembra inutile comprare, anche perché così in linea di massima so cosa sto mangiando o bevendo. O semplicemente per la soddisfazione di saper fare una cosa senza trovarmela servita già quasi predigerita e su un piatto d’argento. Spesso mi piace anche provare a fare il pane, la treccia al burro per la domenica è ormai un classico in famiglia e ognuno dei miei bimbi vuole sempre un pezzetto di impasto per fare un animaletto di pane tutto suo.

Ultimamente però mi sono avvicinata alla pasta madre: un lievito naturale composto solo da farina, acqua e da batteri. All’inizio ero scettica, poi però mi sono buttata e mi sono fatta regalare un pezzo di pasta madre da una conoscente (la pasta madre si regala, non si vende! Già solo questo fatto mi ha fatto riflettere). É stato amore a prima vista!! La sensazione di poter produrre da me il lievito senza doverlo comprare, di impastare come facevano i nostri avi, di avere la pazienza a lasciar lievitare e reimpastare magari anche per 24 ore per poi cuocere il proprio pane è semplicemente fantastica! Il profumo del pane con il lievito naturale è inebriante, poi guardo ciò che ho creato lo tocco, lo annuso…che orgoglio! Oramai Esmeralda (così ho battezzato la mia pasta madre) è diventata parte della famiglia, come un animaletto domestico in più. Le dò da mangiare, la curo, la copro se fa freddo, la guardo crescere, e non ditelo a nessuno, ma penso di volerle anche un po’ di bene. É un piacere atavico fare da sé il proprio pane, come si faceva quasi nella notte dei tempi. É rilassante e rassicurante.

Tecnologia,  Bluetooth e internet mi fanno un baffo mentre impasto con pazienza il mio pane. E nel mio cuore mi sento ogni volta un pochino più vicina a mia nonna, con la certezza che esistono cose che non cambieranno mai.

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