Sì, poteva succedere. Testimonianza sull’attentato di Monaco

Di

GERMANIA

di Jacopo Scarinci

Ero a Monaco, per la sesta volta nella mia vita.

Fino a ieri sono stato con la mia ragazza nella città che forse amo di più al mondo. Siamo partiti verso Malpensa allo stesso orario in cui un Galeria Hof vicino al villaggio olimpico è diventato teatro di una macelleria. Sono in viaggio mentre scrivo, Twitter e Facebook sono gli unici supporti che ho per provare a capire cosa sia successo. Ma so cosa è stato vivere a Monaco in questi giorni. E no, non era come al solito.

Lunedì a Wurzburg, dall’altra parte della Baviera, un ragazzetto afgano ha preso ad accettate i viaggiatori su un treno regionale. Atto di un pazzo, di matrice islamica, terrorismo? Ancora non si sa, ma ciò avrebbe dovuto alzare il livello di sicurezza. E garantisco, ero lì: non è successo niente di tutto questo. A Marienplatz non si è mai visto un poliziotto, né la mattina alle 11 e alle 12 quando dal Municipio partono le note della danza delle marionette né la sera, quando la piazza è gremita di turisti e si fa fatica ad attraversarla.

Lungo Kaufingerstrasse e Neuhauserstrasse la mia ragazza camminava di lato, vicino alle entrate dei negozi, “non si sa mai”. All’inizio l’ho presa in giro, lo ammetto: mai, mai nella mia vita ho camminato ai lati dell’arteria pedonale che collega Marienplatz a Stachus. Mai ho guardato con sospetto volti e movenze. Eppure dopo un po’ di sbuffi e spavalderie, io con lei ho iniziato a camminare vicino ai negozi, pronto a sentire uno sparo e fiondarmi dentro.

Mai sono salito su un vagone della metro guardando dove fossero le leve del freno d’emergenza e dell’apertura forzata delle porte, ma oggi l’ho fatto. Leggo che è stata evacuata la stazione, dalla quale ho preso la S-Bahn per l’aeroporto tre ore prima: stazione dove in quattro giorni ho visto due poliziotti, stazione che si trova ai margini del quartiere turco, dove girare da soli dopo le 21 significa raccomandare la propria anima al Creatore. Le immagino le scene di panico, in quel posto così multietnico, dove l’integrazione è riuscita ma non sai mai fino a che punto, dove ci sono palazzoni e povertà, dove sei a pochi metri dal centro e dalla Theresienwiese resa immortale dall’Oktoberfest, ma sei in una specie di universo parallelo. Mentre scrivo non si ha ancora la minima idea di chi sia stato, né perché.

Nessuno è in grado di dire se questo attentato sia di matrice islamica, terrorismo interno o chissà cosa. Ma so che ieri mattina ero in un Galeria Hof anche io, in centro, con la mia ragazza. E ci siamo stati dentro almeno un’ora. So che in tutti questi giorni dove sono entrato e uscito da stazioni della metro e della S-Bahn non ho visto un poliziotto neanche dipinto. Che non vuol dire chiedere di vivere in uno Stato di polizia. Vuol dire affermare con certezza, e senza voglia di far polemica, che gli attentatori, soprattutto in un posto tra virgolette periferico come Moosach, potevano far quello che volevano. Punto.

So che mentre la mia Monaco veniva ferita al cuore, la Germania impediva per sempre al canale pubblico la diffusione del Commissario Derrick perché Horst Tappert da giovinetto simpatizzava per le SS: grandi questioni che fanno perdere il sonno. So che mentre dei terroristi islamici, tedeschi, venusiani – non lo so – sparavano a raffica su degli innocenti, ai controlli dell’aeroporto a me è stato impedito di portare via un vasetto di senape. E quello che non so, in fin dei conti, mentre leggo su Twitter che Monaco è in stato d’assedio, è come si sia davvero arrivati a ciò.

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