Dio salvi Olimpia

Di Libano Zanolari

Senza i Giochi l’umanità sarebbe più povera, la gioventù di tutto il mondo privata di un nobile ideale: la competizione pacifica nel  rispetto delle regole, senza questioni di razza, fede o classe, in un mondo in cui le grandi potenze si contendono un pezzo di terra altrui bombardando civili e  ospedali e in cui  molti innocenti sono sterminati dal fanatismo religioso. Dio salvi la città del suo acerrimo nemico Zeus e della Dea che apparve a Licurgo e Ifito cambiando le regole del (crudele) gioco.

Sino a quel giorno valeva quanto detto da Omero: “bramavano di massacrarsi col ferro puntuto”, esattamente come gli eserciti dello spartano Licurgo e del re degli Elei Ifito che, stremati, accettarono il consiglio di Atena: “il valore della vostra gioventù sia stabilito in competizioni incruenti a Olimpia”.

La guerra, flagello dei popoli, sublimata. Il giavellotto “puntuto” scagliato non più al cuore del nemico, ma il più lontano possibile, il piede più veloce, erede di quello dell’eroe Achille, celebrato da tutti i greci. Ora, forse perché guerre e massacri continuano, dobbiamo  cancellare la straordinaria utopia che ogni quattro anni, pur con tutti i distinguo del caso, ci mostra una convivenza possibile?

Fummo noi  a chiudere il recinto sacro agli dei dell’Olimpo: San Paolo spiega ai Corinti che nello stadio l’atleta corre per una corona peritura, il cristiano per un premio eterno, il Regno dei Cieli. Come si poteva celebrare il peccaminoso corpo umano davanti al Padre degli Dei rappresentato da Fidia in una scultura d’oro e avorio alta tre metri? L’ordine che ebbe un’enorme influenza sull’umanità partì sulle soglie di casa nostra, da Milano, dove Sant’Agostino e Sant’Ambrogio decisero di dare il colpo finale alla guerra religiosa e culturale in corso: l’imperatore Teodosio obbedì e nel 393 d.C. chiuse il “meeting” pagano ma anche umano più importante dell’Antichità dopo 1169 anni.

Passarono 15 secoli prima che nella vecchia Europa si diffondesse un’acuta nostalgia del mito greco. Molti cominciarono a scavare, a Delfi, a Olimpia, alla ricerca di Troia. Dalle macerie dei secolo emersero dei corpi maschili nudi di straordinaria bellezza. Di fronte al Mercurio di Prassitele con il piccolo Dioniso in braccio neppure il più bigotto dei cattolici osò riproporre la furia iconoclasta che assieme ai terremoti distrusse Delfi e Olimpia. Ironia del destino il più fervente apostolo dei Giochi olimpici fu un timido barone cattolico, Pierre de Coubertin, che fra lo scetticismo generale riuscì nell’impresa di resuscitare gli agoni antichi rendendoli più democratici e internazionali, ma mantenendo lo stesso veto per le donne che, secondo De Coubertin, testuale, servivano solo a consegnare il premio ai vincitori.

Per il resto il barone riuscì a trovare un compromesso fra la cultura antica che celebrava il vincitore ma disprezzava lo sconfitto descritto da Pindaro mentre rientra in città di notte “rasentano il muro di cinta”. Ma bisognava fare i conti con la dea Atena che nel frattempo ha dato una tale forza alla donna renderla sempre più bella e protagonista. Guardatele allo stadio in partenza: stanno molto bene nelle loro pelle, nel loro sovente radioso corpo. Non hanno bisogno di null’altro che della propria natura, contrariamente ai maschi che di fronte alla telecamere si producono in gesti estremamente banali, egocentrici, sciocchi per dimostrare una sicurezza e una dimensione del tutto persa rispetto alla severa dignità, alla nobiltà e alla proporzione dei corpi rivelata dai grandi scultori dell’antichità.

A tutti, ma ai maschi specialmente, servirebbe una maggiore umiltà nel momento delle vittoria, celebrata con brutale egocentrismo, senza rispetto per lo sconfitto, superbi e tracotanti al punto da immaginare che Dio li abbia condotti per meriti speciali alla vittoria.

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