Il Terremoto che ci salverà tutti

Di

Terremotodi Artichoke

Ok. Il titolo è una provocazione, e lo dico prima, così che nei commenti non si scateni il flame di chi non ha capito. Il Terremoto in Italia è stato una tragedia orrenda, e io che abito vicino alla zona interessata – dove in tanti hanno sentito il culo tremare e qualcuno c’ha la seconda casa nei posti interessati ed è tornato bianco dalle vacanze raccontando che gli è crollata vita e edifici attorno – l’ho pure sentita tanto.

Questa volta, però, è successo qualcosa di completamente diverso da tutte le altre tragedie. Forse, mi dico, doveva succedere qualcosa di vicino abbastanza da farsi sentire sulla pelle come disgrazia propria, e non dei poveracci che arrivano con la loro disgrazia e la loro povertà a contagiarci. La gente di questo quadrato di mondo ha ritrovato l’umanità, perlomeno un briciolo. E non quelli senza speranza, i caproni che non hanno di meglio da fare che discorsi qualunquisti, superficiali, strumentalizzati (e strumentalizzanti) e disinformati: loro ci sono oggi, ci saranno domani, ci saranno… sempre. Io parlo degli altri. Quelli che di solito stanno in silenzio, empatizzano un po’ a distanza, o con piccoli sforzi che ritagliano dalla quotidianità già difficile per come è. Pensateci: è straordinario.

Noi Millennials, la generazione cresciuta con Internet nelle vene, avevamo negli anni 2000 un sogno utopico che si sta incrinando ogni giorno di più, ovvero che Internet avrebbe cambiato il mondo in bene. Contatti veloci, angoli del mondo remoti raggiungibili, facilità di accesso all’istruzione e l’informazione, di contatto a basso prezzo con culture e persone lontane. Cosa avremmo potuto fare, quali cambiamenti meravigliosi e ispirati avremmo potuto stimolare grazie a un’agorà mondiale, un crogiolo di idee, finanziamenti di massa, punti di incontro? Avremmo cambiato il mondo! Era l’epoca di Change.org, della Creative Commons, di Linux, di quando in tanti credevamo nell’Europa e negli Erasmus, e di quando volevamo vivere il mondo per come era, viaggiare, esplorare. Poi i tempi sono un po’ cambiati: tutto questo c’è, siamo ancora tanti a crederci e Internet ha per un gran lato mantenuto tutte le sue spettacolari premesse tra amicizie a chilometri di distanza, notizie fresche, un nuovo commercio che ha dato tanti frutti, nuovi media, accessibilità a portali che facilitano la vita, raggruppano gli interessi e smuovono milioni di donazioni e sensibilizzazioni a temi civili e umanitari di grande importanza. Ci siamo però resi conto di una profonda, semplice, fredda verità:  Internet è uno strumento in mano alle persone, e come la meravigliosa stampa di Gutenberg ha creato i pamphlets di propaganda dei grandi movimenti estremisti del ‘900, anche Internet ha un lato oscuro di criminalità, volgarità, diffusione dell’ignoranza, della menzogna, della diffamazione e del qualunquismo.

Tanta della gente che si è mossa per prestare soccorso e fare la propria parte con i terremotati è quella che ha aperto internet, ha letto le bufale, le accuse, gli starnazzamenti, e ha deciso di combattere la calunnia virtuale con i fatti reali. Ovvero chi si è alzato dalla tastiera ed è andato ad arruolarsi in Croce Rossa, alla Protezione Civile, è andato con i suoi bei piedini al supermercato comprando i generi di prima necessità da mettere nei carrelli sparsi ovunque per la raccolta.

Gran parte della spinta all’azione concreta di tutti quelli che conosco l’hanno creata il rigetto, lo schifo, l’indignazione verso l’ignoranza. È stato il lato oscuro di Internet a creare mobilitazione, non (solo) la diffusione di notizie e terribili immagini. Attenzione: non sto svilendo la gente che l’avrebbe fatto comunque, che avrebbe fatto donazioni o altro. No. Sto sottolineando che una reazione forte così, che ha creato una concreta spinta perché è arrivato il momento di dire basta all’ignoranza virtuale… io non la vedevo da molto, molto tempo.

Ed è un inizio.

Una volta visto il dolore, una volta aperto uno spiraglio alla sensibilità, anche altri dolori saranno più distinguibili, più percepibili. L’italiano che ha fame non sarà molto diverso dal nero che ha fame. Gli occhi bisognosi sono quelli, e una volta assaggiato una sola volta il fiele della disperazione umana, tornare nella bolla di disumanità è difficile.

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