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Auguri, Fenomeno

I campioni, e Ronaldo – per i più giovani di me: l’unico Ronaldo, quello vero – lo è stato più di tutte le figurine comparse negli ultimi dieci anni messe insieme, non hanno bisogno di coppe o trofei per essere ricordati.

Per chi era già nell’età della ragione, o per chi come me era un bambino o poco più, Ronaldo ha rappresentato la perfezione su un campo da calcio. La bellezza, il gesto, la classe. Il gol come mestiere, ossessione sempre soddisfatta. Eppure oggi, giorno del quarantesimo compleanno del Fenomeno, niente più dei momenti dove la leggenda è tornata uomo merita di essere ricordato. I giorni bui, dove Zeus torna terreno, l’immortale torna fragile e fallibile, dove la vita si accanisce su di te e ti chiedi perché, perché proprio a te.

12 luglio 1998, Parigi. Poche ore prima della finale mondiale Francia-Brasile, la nazionale verdeoro sta riposando prima del match. All’improvviso, Ronaldo si sente male. Gli esce la bava dalla bocca, si contorce. I compagni chiamano in fretta e furia i medici, e succedono cose ancora oggi mai chiarite. Il risultato è uno solo: riempito di chissà quali farmaci e vittima di non si sa quante infiltrazioni, viene buttato in campo. È un fantasma, non corre, non tocca una palla, sta male, Zidane-Zidane-Petit, vince la Francia 3-0. Nel 2002 si rifarà, ma in quel momento sono solo lacrime.

12 aprile 1999, Roma. Una manciata di minuti dal ritorno in campo dopo sei mesi ai box per la lesione del tendine rotuleo del ginocchio destro, Ronaldo scatta, si ferma, il ginocchio – quel maledetto ginocchio – si gira ancora e c’è spazio solo per un urlo che si sente persino in diretta televisiva. Le lacrime, lo sguardo atterrito di compagni e avversari, un pianto a dirotto, quel ginocchio ha fatto ancora crac. Più di un anno di stop, nel pieno della carriera che più di qualcuno sospettava già finita.

5 maggio 2002, Roma. Data simbolo di una generazione, che ha segnato esistenze in male come in bene, che ha arricchito psicologi e battutisti. L’Inter affronta la Lazio nell’ultima giornata di campionato con un punto di vantaggio sulla Juventus e due sulla Roma: e va in scena uno psicodramma. La Juve in dieci minuti ne fa due all’Udinese, la Roma vince a Torino contro i granata. E l’Inter? L’Inter si suicida. In uno stadio in aperta contestazione con squadra e proprietà laziali, che ha festeggiato le prime due reti nerazzurre, l’Inter crolla e perde 4-2, perdendo uno scudetto già vinto, finendo terza quando due ore prima era pronta a festeggiare. Ronaldo si siede in panchina, in preda a una crisi di pianto. Una cosa talmente umana, forte, straziante – avevo 14 anni, mi sembra ieri – da chiedersi davvero se quello del calcio sia un mondo così fatato o fatto, in fin dei conti, da uomini come noi.

Poi arrivarono il mondiale vinto pochi mesi dopo, il Real Madrid, successi, gol, trionfi. Ma il mio Ronaldo non è solo quello delle vittorie, è soprattutto quello delle lacrime. Quelle lacrime che l’hanno mostrato così simile a noi, così fragile, e – nonostante tutto – così immensamente forte da rialzarsi sempre. Auguri, Fenomeno.

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