“I razzisti hanno torto, anche questa volta”

Di Redazione

Sono arrivati i risultati delle analisi sul palo che Emmanuel – il ragazzo nigeriano ucciso da Amedeo Mancini – avrebbe usato per colpire Mancini, e i risultati sono quelli che le persone per bene si aspettavano. Ma facciamo un passo indietro.

Sarebbe bello, ogni tanto, avere torto.
Sapere che i razzisti, ogni tanto, hanno ragione, sarebbe liberatorio. Sarebbe facile se le loro soluzioni, composte da mezza frase e un congiuntivo sputtanato, fossero vere. Sarebbe una fatica in meno per tutti: non dovremmo ricordare, ricostruire, spiegare, continuare a combattere contro i rutti e i mulini a vento, e potremmo accomodarci sul panchetto del giudizio condannando a seconda del colore della pelle e il timbro sul passaporto. Una roba nazista ma facilissima.

Semplice come “tirare le noccioline a un negro quando passa”, come ha spiegato il fratello di Amedeo Mancini, l’ultras di estrema destra che ha ucciso Emmanuel, raccontando uno dei modi in cui Amedeo Mancini si divertiva.

E invece i razzisti non hanno mai ragione. Le idee razziste sono peggiori dell’affidarsi a un orologio rotto che comunque, per due volte al giorno, inconsapevolmente, segna l’ora esatta. I razzisti hanno sempre torto perché sono una lancetta costantemente indietro nel tempo. Confondono il vento della storia con un soffio sulla faccia, mentre con le mani si coprono gli occhi e urlano: “Invasione!” E non si accorgono che arrivano persone.

Il riassunto della storia è questo: Amedeo Mancini uccide a pugni Emmanuel Chidi Nnamdi, 36 anni richiedente asilo. Ma partiamo dall’inizio: Emmanuel era scappato dalla Nigeria dei sanguinari di Boko Haram. Emmanuel era arrivato a Fermo. Emmanuel camminava con la sua compagna, per strada, quando Mancini li ha avvicinati e ha chiamato lei “africans scimmia”.
In quel momento Emmanuel prova, verbalmente, a difendere la sua compagna, ma l’uomo picchia lei e uccide lui. Poi la testimonianza della fidanzata di Emmanuel, che spiega come fosse stato Amedeo Mancini a offendere per primo, ma anche ad alzare i pugni. Poi, spunta una contro testimonianza. E’ di una parrucchiera. Una donna che, spulciando su internet, viene fuori che è una non del tutto nuova a testimonianze similari, compresi i cinesi con i retini in giro per Fermo che catturavano i gatti e se li cucinavano in padella. La donna racconta anche di alcuni vigili presenti subito dopo l’omicidio, i vigili smentiscono, poi sembra che ci fosse un gruppo di stranieri arrivato in soccorso di Emmanuel ma i vigili smentiscono anche questo. Insomma, la testimone perde credibilità. Allora spuntano altre testimonianze, così, all’improvviso. E collateralmente parte una campagna mediatica portata avanti dalle frange di destra più estrema. La campagna è coordinata con hashtag che prendono le difese dell’assassino, quelle robe del tipo#iostoconAmedeo. Articoli e commenti vengono infestati da questi interventi, e chiedono alla stampa una rettifica per aver descritto i fatti avvenuti con la versione della fidanzata di Emmanuel, tra l’altro l’unica presente dall’inizio.

Una cosa voglio dirla, prima del gran finale: se anche Emmanuel avesse dato un cazzotto o due ad Amedeo Mancini, se avesse alzato le mani per primo, io non ci avrei percepito niente di strano. Amedeo Mancini si avvicina, deride la tua compagna chiamandola “africans scimmia” e tu dovresti invertire il cammino e abbassare la testa? Anche Gesù, nel tempio, prese i capitalisti a frustate e li cacciò fuori a calci nel culo. Chiarito questo, passiamo al racconto dei nuovi testimoni, che parlano di Emmanuel che per primo sradica un segnale stradale con il quale picchia quello che poi diventerà il suo assassino.

Il gran finale: ieri sono arrivati i risultati delle analisi sul paletto che il ragazzo nigeriano avrebbe usato per colpire Amedeo Mancini. Il Dna di Emmanuel Chidi Nnamdi su quel paletto non c’è. Smentiti tutti i testimoni oculari. E ora si riparte, e verranno interrogati di nuovo, e chissà che a qualcuno dei “testimoni oculari” la memoria non si chiarisca all’improvviso.
Il senso della storia, alla fine, è questo: il razzismo c’è, e fa sempre schifo.

Saverio Tommasi
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