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I rifiuti del Diavolo. “The Devil’s Reject”

“The devil’s rejects” è scritto e diretto da un musicista, eh eh… ma non aspettatevi un film di Ligabue! L’autore è Rob Zombie, voce del gruppo metal White Zombie. Il suo debutto cinematografico, nel 2003, superò ampiamente le aspettative: “La casa dei 1000 corpi” riscosse un notevole successo di critiche tra i cultori del genere. Due anni più tardi Zombie firmò il sequel, il film di cui parliamo in quest’articolo: “The devil’s rejects”, che sarebbero i rifiuti (o rinnegati) del Diavolo ma che invece è stato tradotto in “La casa del Diavolo” (beh, mi sembra giusto: anziché tradurre fedelmente un buon titolo efficace, ecco che ci si inventa una cazzata… d’altronde, perché no?). I protagonisti sono gli stessi del primo film: una famigliola tutta sesso, violenza e satanismo. Un’allegra brigata di sanguinari! In fuga dalle forze dell’ordine, dà vita ad una sorta di road-movie in cui, attraverso la contea umilia, violenta e ammazza ogni forma di vita che gli si presenta davanti, nella migliore tradizione “mansoniana” e proprio come la Family di Charles Manson lo fa nel nome del Signore… del Male.

I protagonisti rendono omaggio alla comicità di Groucho Marx affibbiandosi pseudonimi tratti dai suoi personaggi (Captain Spaulding, Rufus Firefly,…). Una scelta curiosa, che mi ha sorpreso e fatto sorridere. Per il resto di sorrisi ce ne sono stati ben pochi… Questo film stringe lo stomaco dall’inizio alla fine e, dopo i titoli di coda, il sadismo e l’empietà dei protagonisti “restano dentro” ancora per un po’. Insomma questa è una pellicola dura, difficile da digerire. Comunque, ne vale pena.

Possiamo ben dire che si tratta di un B-movie di serie A, pregevole nella trama prima ancora che negli effetti speciali. In mezzo a tante scene assai crude, cucite bene dalla trama, si prova la sensazione di non essere presi in giro, cosa che invece capita non di rado quando si guardano molti film dell’orrore. Tanto sadismo, tanta rabbia e follia all’interno di una spirale che raramente concede respiro agli spettatori. Tuttavia, Rob Zombie non dimentica di condire il film, qua e là, con scene ironiche e situazioni grottesche, attenuando così una tensione che, altrimenti, rischierebbe davvero di diventare opprimente. Interessanti da cogliere, inoltre, alcune citazioni di grandi classici del cinema. Alla fine il cocktail risulta vincente. Come vincente è la colonna sonora: perlopiù classici del “folk rock” dei tempi dell’easy riding. Di musica metal, contrariamente a quanto ci si poteva attendere, ce n’è ben poca. La scelta di un country meno aggressivo si inserisce perfettamente nel contesto globale di un film per nulla scontato, che riesce a sorprendere e che denota da parte del regista un’indiscutibile intelligenza cinematografica.

Un horror ben fatto e godibile. Ma a stomaco vuoto.

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