Libertà

Di Lillo Alaimo

La cosa peggiore che possa capitare ad un giornalista, strano a sentirsi, non è la censura. È l’autocensura. Ha un peso e conseguenze ben più gravi di quel che può causare la pressione del politico, dell’alto funzionario, del grosso inserzionista commerciale di turno.

Alle pressioni esterne il giornalista può resistere, soprattutto se ha intorno una redazione e alle spalle una proprietà non disposte a piegarsi a logiche d’interessi di parte. L’autocensura è invece qualcosa di subdolo. Capace di trasformare il dna professionale e di rendere il giornalista una sorta di camaleonte, la cui indipendenza di ricerca e di pensiero muta a seconda della testata per cui lavora e, soprattutto, a dipendenza dei poteri con i quali si confronta.

L’autocensura porta inevitabilmente ad essere… deboli con i forti. Specialmente quando il potere usa l’arma dell’intimidazione. L’unica disponibile contro la stampa non disposta a barattare quella ricerca che è l’essenza del giornalismo. Vale a dire illuminare, per comprendere appieno, ogni vicenda ed ogni sua sfaccettatura che logiche di parte  vogliono mantenere in ombra.

In quasi vent’anni di vita il Caffè ha cercato di mantenere questa rotta. Dal Ticinogate al Fiscogate, dagli scandali del Casinò di Lugano e di BancaStato sino a quello del vice primario di chirurgia dell’ospedale di Locarno. Per arrivare oggi alle vicende della clinica Sant’Anna.

Quando ci sono state, e ci sono state, la testata ha saputo respingere ogni pressione. E lo ha potuto e saputo fare perché l’autocensura, tenuta fuori dalla porta, non ha mai mutato il dna professionale della redazione.

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