The Martian is coming

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Ci sono due tipi di persone che seguono l’esplorazione spaziale, o nello specifico la NASA. Entrambi concorderanno su una cosa: o segui l’ente aerospaziale statunitense così assiduamente da sapere ogni cosa, o se sei parte del restante 98%, ne senti parlare solo un paio di volte all’anno quando sganciano qualche bomba tzar del tipo “Abbiamo scoperto un principio tecnico per ottenere propulsione senza spinta contraria” o “intorno a Proxima Centauri vaga un pianeta potenzialmente abitabile”.

Quindi, lasciandovi immaginare a quale parte della “fanbase” della NASA io appartenga, vi aggiorno sull’ultima grande novità. Pochi giorni fa, il Senato americano ha approvato un documento che stanzia 19.5 miliardi di dollari per l’esplorazione spaziale. Ancora prima che giungessero ulteriori novità, io e gli altri sfigati dei forum che bazzico subodoravamo cosa potesse significare. Dopo la Kuna, i rover, le sonde, e l’atterraggio di una sonda sulla cometa “67P/Churyumov–Gerasimenko”, è il turno di dedicarsi più approfonditamente al pianeta rosso, dopo decenni di esplorazioni. La Nasa sembrerebbe voler spedire un equipaggio umano su Marte.

Per chi non lo sapesse, Marte è il penultimo pianeta roccioso dal Sole. Un sassone alla deriva circa 10 volte meno massiccio della terra. Wikipedia lo riporta come ultimo, ma io mi rifiuto di tralasciare Plutone. A rendere Marte interessante sono il suo clima non estremo, l’atmosfera rarefatta e la presenza di ghiaccio e permafrost sui quasi tutta la superficie marziana. Ciò lascia infatti spazio a teorie secondo le quali in passato Marte abbia potuto ospitare la vita.

Mio nonno diceva a mio padre “tu vedrai l’uomo su Marte”. Io sono abbastanza sicuro di farcela, spero solo che gli insaccati e gli additivi della Coca Cola non si portino via il mio vecchio troppo in fretta.

Nonostante la felicità con cui riporto queste notizie, le polemiche fioccano. In prima linea gli americani che sostengono l’apparentemente corretto dogma del “Perché darli all’esplorazione spaziale quando ci sono veterani mutilati in mezzo alla strada?”. Tralasciando che con un pensiero simile il progresso non ci sarebbe mai stato, provate a pensare alle più grandi invenzioni della storia. Aereo? Che ci faranno i due Wright con un attrezzo che fa balzelli di 100 metri a quattro metri di altezza? Telefono? A che serve mandare la mia voce a chilometri di distanza, se devo parlare a qualcuno ci sono le lettere. Spremiagrumi? A che diavolo serve un attrezzo per fare un lavoro che posso comodamente fare con le mie mani? e così via.

Ma le motivazioni sono molto più ampie. La ricerca tecnologica degli enti spaziali ha costantemente prodotto tecnologie e concetti poi commercializzati: esempio classico i motori a reazione, le tecnologie di depurazione, di supporto vitale, gli impianti di indipendenza energetica, e persino diversi materiali di uso comune. Ad esempio, la Nasa spese milioni nello sviluppo di penne a biro speciali e tutt’ora usate comunemente per risolvere il problema delle penne stilografiche usate in microgravità. Curiosità divertente, i russi risolsero il problema dando agli astronauti delle matite. E poi le importanti scoperte a livello geologico, atmosferico, fisico, biologico.

E, riallacciandoci al recente voto sull’economia verde, chissà che presto avere i mezzi per trasferirci non possa essere utile.

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