Tiziana, Forza Chiara e le pornovendette

Di

Tiziana Cantone non ce l’ha fatta.

Il nome di questa ragazza napoletana che si è impiccata a 31 anni probabilmente è ignoto ai più, anche se buona parte di questi “più”, in realtà, sa benissimo di chi stiamo parlando ma preferisce non ammetterlo, e il motivo è semplice: Tiziana Cantone è recentemente assurta, suo malgrado (e su questo discuteremo un attimo) a eroina del porno amatoriale sul web a causa della diffusione di alcuni video in cui faceva sesso, fra cui quello che diede vita al meme “Stai facendo il video? BravoH!” ripreso, ridicolizzato e parodizzato in mille salse.

Tiziana non ha retto alla vergogna, e dopo una battaglia legale per la rimozione dei video e del suo stesso nome contro i giganti del web (Google, Yahoo, Facebook, ecc..), battaglia vana in quanto il video è stato più volte diffuso anche tramite Whatsapp sfuggendo dunque alla censura della Rete, dopo aver anche avuto l’autorizzazione al cambio di identità, ha preferito farla finita, schiacciata dagli insulti che quotidianamente riceveva.

Ora, cominciamo a sgombrare il campo dai moralismi magari anche un po’ bigotti sulla moralità di questa ragazza: Tiziana aveva 31 anni, era ben più che adulta, e una persona adulta nel suo letto ha il diritto di fare ciò che più le aggrada (nei limiti del lecito, si intende), compreso il filmarsi e mostrare le proprie prodezze a chi le pare, per cui lasciamo anche cadere tutti i discorsi sul “se l’è andata a cercare”, “se non fai niente, non ti succede niente” e via dicendo: il fatto che una persona si mostri in atteggiamenti intimi non autorizza, né implicitamente né esplicitamente, a spargere quelle immagini in giro per il web senza il suo consenso.

Il punto è un altro: che valore può avere negare il consenso alla diffusione delle proprie immagini nel momento in cui esse possono essere replicate infinitamente e in un attimo, e diffuse a largo raggio con un click? Come fare per attribuire delle responsabilità nel momento in cui è quasi impossibile stabilire chi per primo ha immesso quelle immagini nella Rete? Di chi è la colpa di tutto questo?

Il porn revenge, ovvero la diffusione sul Web di immagini a sfondo sessuale senza il consenso della persona ritratta, spesso a titolo di rivalsa verso l’ex partner, costituisce ormai una violazione della privacy ampiamente diffusa a livello mondiale a cui finora non è stata data un’adeguata risposta a livello legislativo, pur trattandosi di fatto di un reato con delle caratteristiche precise a livello di motivazioni e modalità: in Europa solo il Regno Unito ha introdotto una legge apposita, mentre nel resto del mondo solo le Filippine, il Giappone, Israele, il Canada, 34 Stati degli USA e lo Stato australiano di Victoria puniscono esplicitamente la diffusione di immagini intime senza consenso.

Manca quindi, in generale, la percezione di tale pratica come delitto a sé stante, da perseguire in modo specifico e non come generica violazione della privacy: non è possibile metterla via parlando di “uno scherzo”, “un gioco” o minimizzando il tutto presupponendo arbitrariamente che se una persona si mostra in atteggiamenti intimi, magari per un eccesso di fiducia verso il destinatario, allora è legittimo che tutti la vedano. È una violenza a tutti gli effetti, un desiderio di umiliare e coprire di vergogna una persona (nel 90% dei casi una donna) con conseguenze spesso gravissime: stando ad alcune ricerche, oltre il 90% delle vittime viene colpita da stress o depressione, quasi il 50% matura propositi suicidi e altrettante subiscono poi molestie online (Tiziana veniva giornalmente coperta di insulti), oltre alla distruzione della propria sfera sociale soprattutto per chi vive in piccoli paesi dove tutti si conoscono e “la gente mormora” (Tiziana non usciva più di casa). Tutto questo senza che una legge apposita colpisca chi, per vendetta o per sfoggiare i propri trofei sessuali, distrugge la vita di una persona, a prescindere dai suoi costumi sessuali.

In tutto questo, ovviamente, ci si mettono pure gli utenti della Rete, che in genere quando possono farsi gli affari degli altri e assistere a momenti di “vero” intrattenimento sessuale non si fanno pregare per condividere ciò che qualche sconsiderato ha messo in giro: giusto per la cronaca, fino ad alcuni anni fa uno dei video hard più diffusi sul Web nel circuito del file sharing (Emule, Torrent, ecc..) era l’ormai celeberrimo “Forza Chiara da Perugia!”, ovvero uno dei primi casi di porn revenge all’italiana in cui un fidanzato abbandonato ha ben pensato di mettere in giro il video delle proprie prodezze con la fidanzatina allora minorenne. Un popolo di guardoni non aiuta, insomma.

E allora, cosa fare in mancanza di una reale tutela delle vittime da parte della giustizia?

Potrebbe sembrare l’ennesimo moralismo, ma non c’è altro da fare se non insegnare ai nostri figli (ragazzi e ragazze) a mettere un limite alla fiducia verso una persona che sembra amica e complice ma che in un momento può rovinare la nostra vita, e dall’altra parte far passare definitivamente il concetto che una condotta sessuale libera e disinibita da parte di una donna non costituisce automaticamente un invito allo stupro né legittima in alcun modo l’umiliazione pubblica.

Chiara, Tiziana, e tutte le vittime di porn revenge si sono fidate delle persone sbagliate: nessuna “se l’è andata a cercare”.

Aggiornamento: leggo proprio adesso, a pezzo concluso, di una 17enne di Rimini le cui splendide amiche hanno ben pensato di registrare un video mentre lei, probabilmente ubriaca, viene stuprata nei cessi di una discoteca possibilmente da uno sconosciuto fra le loro risate, e di inviarglielo il giorno dopo su Whatsapp. Evidentemente per queste piccole mostriciattole anche perdere il controllo di sè equivale ad acconsentire allo stupro: anche questo, per loro, è “andarsela a cercare”. Ridono, loro. E intanto, suo malgrado, hanno creato una nuova Tiziana: una nuova vittima.

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