Chissenefrega chi è davvero Elena Ferrante

Uno ha il diritto, oggi, nel 2016, mentre siamo totalmente digitalizzati e tutto è a portata di clic, di rimanere senza identità, di pubblicare libri con uno pseudonimo o di usare un nom de plume per necessità come per diletto? In un’epoca dove i libri servono solo come fermaporte e quando guardi la classifica dei 30 titoli più venduti ti viene il male di vivere, un’autrice ha il diritto pubblicare una serie di libri con un nome diverso dal suo per necessità come per diletto?

Queste sono le domande che dovremmo farci, non quelle su chi ci sia dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, bestseller in tutto il globo con “L’amica geniale”, inserita da Time nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo del 2016, caso letterario e di costume. Perché, di tutto ciò, non dovrebbe fregarcene di meno. E invece no: a causa della morbosa necessità di sapere sempre tutto, tipica della generazione Wikipedia, un giornalista d’inchiesta è riuscito a entrare in possesso delle visure catastali delle proprietà della persona identificata come la vera Elena Ferrante, è riuscito a guardare i suoi conti bancari e ha notato come il suo mansionario da traduttrice presso l’editore “e/o” non giustificasse un’impennata improvvisa dei suoi emolumenti. “Follow the money” adesso è un genere letterario, è motivo d’inchiesta anche se riguarda uno scrittore, è l’invasione totale della privacy anche – e soprattutto – laddove non c’è dolo. Non ha rubato un solo centesimo delle incredibili somme che ha guadagnato, non è un Blatter o un narcotrafficante da pedinare e controllare.

Più che il testo, era bella la storia, appunto, dell’invisibilità, della nebbia, del mascheramento. Leggo la storia, indipendentemente da chi l’abbia scritto. Ed è una cosa stupenda, l’eredità bellissima di questa triste faccenda: la lettura di un testo senza essere influenzati dal conoscere chi l’abbia scritto. La predominanza della narrazione, della storia davanti al tumore di autori che non scrivono nulla di passabile da vent’anni ma che vendono a palate solo perché hanno quel nome e cognome.

Peccato, davvero. Ma sono i tempi che ci è dato vivere, anche quando si parla di libri.

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