Essere mourinhisti

Di Jacopo Scarinci

Essere mourinhisti praticanti di questi tempi non è la cosa più facile del mondo. Era una moda parecchio diffusa quando ai tempi del Porto corse in faccia a Sir Alex Ferguson per festeggiare la qualificazione in finale di Champions, ai tempi del “chiamatemi Special One” del Chelsea o ai tempi dell’“io non sono pirla” dell’Inter. Trofei a grappoli, record frantumati, vittorie come se piovesse.

In fin dei conti era facile anche ai tempi di Madrid, vuoi per la rivalità quasi fisica con Guardiola vuoi per quella conferenza stampa dei “por qué?” che fece diventar matti i giornali sportivi spagnoli e sognare chiunque veda nel calcio non 22 tizi e un pallone ma una palestra di vita. Ed effettivamente, Mourinho è una palestra di vita di quelle imponenti. Soprattutto ora, che gli sta andando tutto storto. Perché è facile essere fedeli quando va tutto bene, più stimolante e assoluto è esserlo quando dopo una campagna acquisti faraonica, dopo l’aver piazzato in tribuna con la palla al piede Bastian Schweinsteiger, dopo l’avere ottenuto tal Ibrahimovic come centravanti beh, le cose non vanno bene.

C’è chi parla del tocco perso, c’è chi parla di giocatori che ormai non si lancerebbero più nel fuoco per lui e c’è pure chi – oh, maligno – parla di un suo non reggere più il personaggio da lui stesso creato. Che ridicolaggine. Se noi mourinhisti praticanti abbiamo abbracciato l’uomo prima e l’allenatore poi è proprio per le polemiche, per il casino, per i polveroni tirati su ogni volta che Josè da Setubal ha aperto bocca. Per la sua innata e invidiabile capacità di tirar su caos e tempesta ogni santo giorno. Ha dato del voyeur al più permaloso e perdente allenatore della storia, Arsène Wenger, ha imbracciato la baionetta contro Guardiola ogni santo giorno passato in Spagna, ha litigato con ogni tipo di giornalista e dirigente, mandato allegramente a cagare arbitri, preso per il culo avversari sconfitti come vincenti. Politicamente scorretto, forte davanti alle avversità, ha spiegato come nessun altro come funziona il calcio, e di conseguenza la vita: vince il più forte.

Essere mourinhisti praticanti, oggi, significa non arrendersi. Significa sbuffare per il pareggio casalingo contro il commoventemente roccioso Stoke di domenica e accettare di perdere contro una squadraccia insulsa in Europa League. Ma soprattutto significa non mollare un personaggio che ha fatto sognare, significa dimostrare che non era una moda ma lucida fedeltà. Mourinho sembra in crisi? Evviva Mourinho.

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