Gomorra la serie

Di Kurz

Chi di noi ha visto “Mery per sempre” e “Ragazzi fuori” con Michele Placido non ha niente da imparare. La violenza dello Zen di Palermo, rivisitata nei casermoni napoletani, è la stessa. Stesse l’angoscia, la sbruffonaggine dei guappi, la crudeltà dei “soldati” che uccidono con la facilità con cui respirano.

Una serie superba e curatissima, con attori che credono in quello che recitano. E allora finiamo per appassionarci alle storie di Ciro, di don Savastano, di Genny e di donna Imma.

Ma in fondo non li amiamo. Ne percepiamo la sorda crudeltà, l’insensibilità, l’ipocrisia. Stride l’amore per i figli e la famiglia, a fronte di una vita spesa per rubare e uccidere. È una serie amara, senza sconti, con una storia che quasi scorre sottile, annullata dalla prepotenza dei protagonisti.

Il boss Savastano, pieno di denaro, potente, vive in una casa bunker kitchissima nei quartieri popolari, la sua vista è il cielo coi palazzi che spuntano da dietro le mura, un posto terribilmente simile a una prigione, un luogo che il lusso dorato da villa rifatto non riesce a mitigare. Un dialogo racconta molto: è tra Immacolata e Pietro, i coniugi Savastano. Imma ha appena cambiato il divano e si è fatta portare un sofà Luigi XVI tutto dorato, come le pareti con arazzi orribili, specchi e quadri allucinanti. Il dialogo, come tutti nella serie, è in dialetto napoletano:

Pietro: e proviamolo

(si siedono entrambi, senza guardarsi)

Pietro: è duro. È così o è un difetto?

Imma: è così.

Pietro, (si lascia scivolare indietro): pure lo schienale è duro.

Pietro: Non mi piace, non è comodo, cambiamolo.

Il divano finisce nel cortile dei palazzi, gettato come un rifiuto. Rifulge del suo oro damascato, solo, insieme a ferri arrugginiti e resti di isolazioni, coi bambini ci giocano intorno. Nessuno, nella povertà che circonda quel lussuoso pezzo d’arredo si azzarda ad avvicinarlo. Nessuno lo tocca. È il divano di Savastano, anche se gettato.

Uno spaccato d’Italia che ci lascia in bocca come il gusto di un chiodo di ferro. Un’Italia reale, aperta come un bue squartato che però esiste. E i casermoni sembrano fortezze, guardate a vista dalle “vedette”, i ragazzini pagati dalla Camorra per avvisare se arrivano le guardie. Ragazzi che sgomitano per avere l’onore di aiutare i grandi. Piccoli indottrinati a un noviziato di violenza che li porterà facilmente a una morte precoce.

Non è un’apologia della Camorra: Gomorra è una denuncia, che però non servirà a nulla. È un grido d’aiuto, uno guaito di sofferenza, sono unghie che stridono sulla lavagna.

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