Ieri è morto Che Guevara

Di Corrado Mordasini

Ieri è morto Che Guevara. Era un ottobre del 1967, e l’immagine di lui morto steso sul tavolo con intorno i militari ci ricordava il Cristo morto del Mantegna, quel Cristo così abilmente prospettico che ovunque ti giravi ti seguiva.

È inutile fingere, noi sinistri siamo come i cattolici. E il Che è il nostro Cristo. Crocifisso dalle pallottole dei rangers boliviani con le camicie verde oliva aperte sul petto sudato. Guevara è il nostro martire, il nostro credo. Il puro. Ma il nostro Cristo non aveva attorno le donne, bensì i militari che lo avevano ucciso a sangue freddo su ordine degli Yankees.

Un Cristo più reale e genuino, uno di cui conosciamo tutto. Eravamo sulla Granma a vomitare nell’oceano, siamo sbarcati a Cuba sotto le fucilate. Abbiamo camminato con lui sulla Sierra e attraversato la giungla. Abbiamo assaltato caserme, abbiamo avuto crisi d’asma e abbiamo visto morire gli amici… così, puff, come uno sbuffo di fumo: prima c’era la vita, ora ci sono due opachi occhi di un pesce. Abbiamo ammirato la sua coerenza, che oggi per noi è una trappola, perché siamo gli ultimi rimasti a professarne la fede. Abbiamo cacato sangue per la dissenteria e dormito con lui su amache assaltate dalle zanzare. Abbiamo fatto gli scherzi a Camilo e abbracciato forte Fidel. Ci abbiamo creduto e ci crediamo ancora, anche se lui se ne sta andando nella storia, come è giusto. Lasciamolo riposare un po’.

Oggi il Che sbiadisce sulle magliette dei ragazzi, che non sanno chi è “quel tizio con la barba”, anche se indossandolo ne percepiscono l’enorme potere. Non è solo l’immagine, è ciò che si porta dietro. Un fiume di rabbia e dolore, un fiume di lacrime e battaglie, quasi sempre perse. Ma come diceva lui: “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”. Le vinci nel momento che le intraprendi. Perdi se non combatti. Questa è l’unica verità.

E ancora adesso che ho 50 anni, sul mio comodino in montagna, tra il pavimento in castagno vecchio di cent’anni e il soffitto a cassettoni c’è la sua biografia di Paco Ignacio Taibo. Me l’aveva regalata due anni fa la mia bimba che già aveva capito che quel signore bello con la barba piaceva un botto al papà.

E il Che è l’amico della sera oggi, quando salgo a monte e mi chiudo in stanza e la luce fioca della lampadina riflette in toni arancioni e le candele tremolano e il silenzio della valle suona come un frastuono. Parliamo e lui mi racconta. Mi racconta le sue storie e io non mi stanco mai di sentirle.

E anche adesso che scrivo, mi ricorda quello che sono e perché lo sono. Grazie Ernesto.

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