Il re è nudo

Il decreto d’accusa nei confronti di Corrado Mordasini, figlio di una querela di Boris Bignasca, è caduto nella sua interezza, e il coordinatore del Diavolo oggi in Pretura penale è stato ritenuto colpevole di diffamazione solo per un’affermazione contestata nel supplemento d’accusa e in un primo tempo non considerata dal PP Akbas. Ma andiamo con ordine.

Nel marzo 2015 Mordasini ha condiviso sul proprio profilo social un’immagine di Giuliano Bignasca accompagnata da un meme satirico, immagine trovata nella galassia di pagine Facebook ironiche e satiriche presenti anche in Ticino. Nella lunga e interessante discussione presente nei commenti alla stessa, Mordasini ha definito il Nano come un “puttaniere”, uno che “non pagava i contributi ai suoi operai”, che aveva “scodelle di cocaina” in casa e che ha “prodotto una fabbrica di cocainomani”.

Per tutte queste affermazioni gli è stata riconosciuta la prova della verità e la buona fede: si tratta infatti di cose note a tutti e che sono state provate sia da sentenze nei confronti di Bignasca sia da ammissioni in interviste e conversazioni del fondatore della Lega. Insomma, non c’è stata diffamazione. Tantomeno si trova nella sentenza il cardine dell’argomentare di Akbas, ovvero il fatto che siccome Bignasca è morto non si può considerare di interesse pubblico il fatto che Mordasini abbia detto quelle cose per cui, ripetiamo, è stato prosciolto. La Lega usa il Nano nel dibattito pubblico, lo mette in prima pagina sul Mattino ogni domenica, gli ha dedicato una fondazione. È un defunto speciale, Bignasca. Come se ne parlava in vita, se ne parla da morto.

E per che cosa è stato condannato quindi Mordasini? Per un cavillo, una frase: “Tirava come un’aspirapolvere ed è stato condannato per spaccio. Si tratta di chili, non di grammi“. Acclarata la sua buona fede, nel dispositivo della sentenza è emerso come l’intenzione di chi scrive conti relativamente di fronte alla percezione che ha il lettore, ed è stato deciso che il lettore medio può considerare i “chili” di cocaina riferiti allo spaccio, non al consumo. Se ne prende atto, e l’avvocato difensore di Mordasini, da noi raggiunta, ci ha dichiarato che si riserva la possibilità di impugnare la sentenza in appello una volta lette le motivazioni.

Fatto sta che il decreto d’accusa nei suoi confronti si è dimostrato fuffa al 100%, e che la condanna per diffamazione è da ascriversi a una frase impugnata da Akbas, con un discreto pasticcio legale, in seguito con un supplemento.

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