La partita non finita

Tra i piccoli piaceri della vita possiamo sicuramente annoverare le partite di calcio in tv, quelle che guardi con gli amici, al bar, durante le serate di Champions o i posticipi di campionato. Dove le bestemmie volano come voli charter, il bicchiere è sempre pieno e anche la cameriera ad un certo punto diventa più carina del solito. Questo è un rito che si ripete da anni, da quando il primo bar ha sintonizzato la prima televisione sul canale dell’eurovisione.

Sono partite che vorresti non finissero mai, al di là del risultato, solo per il clima che si respira. Pensate cosa fosse andare a vedere una partita di Coppa Campioni in una valle di montagna nel pieno del boom economico. Era un evento straordinario. Si scendeva anche dai paesi più impervi con i motorini o in bicicletta per arrivare a trovare posto nella prima bettola con un televisore. Quella sera c’era Real Madrid-Glasgow Rangers: imperdibile. La partita veniva trasmessa alle 22:00, quindi non era proprio una diretta, più uno streaming lungo, ma non c’era niente di meglio! Che bellezza, tutti i bar pieni, biciclette e motorini accatastati in piazza, contro i muri, dove c’era posto. Nei locali pubblici una coltre di fumo che neanche le risaie del novarese a novembre. Gli ultimi ad arrivare sono i carabinieri in servizio, ma che facendo valere il valore della divisa che portano si accaparrano comunque i posti migliori davanti all’apparecchio. La sigla, il commento, il fischio d’inizio… e comincia la partita. Ed eccola l’atmosfera magica. “Passala a Puskas!”, “Tira!”, “Macché fallo!”, “Brocco!!” e via. Qualcuno già si è versato il vino sui vestiti buoni. Qualcuno guarda l’orologio, son già le 22:38: Speriamo che la moglie sia riuscita a mettere a letto i bambini senza troppi capricci.

Un minuto, e la televisione salta, con tutte le lampade del bar. Porca miseria, proprio ora! La cameriera già mi faceva gli occhi dolci! Ma guardando fuori anche il paese è al buio. Si esce a prendere una boccata d’aria, magari una sigaretta per stemperare il nervoso della partita persa. Dalla vallata tuoni sordi. Ecco, un temporale del cazzo. E poi il vento, che neanche si accende la sigaretta, che neanche si riesce a tenere aperti gli occhi, che anche le biciclette volano, che ti piove addosso fango, che un’onda di 50 metri cubi d’acqua ti cade addosso. Non c’è più partita, non c’è più bar, né biciclette, né case. Sparita la cameriera, i bambini, i carabinieri, la gente. Solo silenzio. La mattina dopo è una distesa di fango. Si scava a cercare qualcuno o qualcosa.

A un soccorritore arriva in mano un quaderno scolastico. Si legge a malapena l’ultima pagina con l’ultima dicitura scritta in un corsivo ancora acerbo: Longarone, 9 ottobre 1963.

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