Appunti di Viaggio dal Ruanda: Amazi izuba – Acqua e sole

Di Cristina Zanini Barzaghi

I ricordi africani iniziano a sbiadirsi ed è ora di finire i miei racconti.

Con il mese di novembre qui è tornata l’ora solare: la sera viene buio presto e le giornate diventano più fredde. In Africa invece le stagioni sono scandite solo dall’alternanza fra pioggia e siccità. Le condizioni di luce e temperatura sono uguali tutto l’anno e l’agricoltura non segue un ritmo annuale come da noi. In Ruanda verdura e frutta, riso e tè possono essere coltivati in continuo con 4 o 5 raccolti all’anno, e il successo delle colture dipende dalla presenza o meno di acqua. Gran parte del paese è verdeggiante e dimostra che l’acqua non manca, mancano però quasi ovunque fontane e acquedotti con acqua pulita. La maggior parte della gente passa la giornata a camminare chilometri per raggiungere un pozzo, un lago o un fiume e riempire delle taniche di plastica. Con un fabbisogno di due taniche (40 litri) per famiglia al giorno, il consumo è infinitesimale rispetto ai nostri 200-300 litri a testa.

Nella nostra abbondanza, ci dimentichiamo di quanto è importante l’acqua per la nostra vita e che vederla scendere dal rubinetto non è cosa ovvia nemmeno da noi. I racconti del Ticino povero dell’Ottocento costretto a emigrare oltreoceano riemergono oggi nelle immagini di questa Africa molto sottosviluppata. Abbiamo visitato dei nuovi acquedotti, realizzati grazie all’impegno di diverse ONG ticinesi sostenute dal centesimo di solidarietà devoluto dalle AIL. Alcuni sono tradizionali a gravità, altri sono molto innovativi e prevedono pompe funzionanti con pannelli solari. La combinazione di acqua e sole si rivela interessante e con grande potenzialità di sviluppo. Ovunque l’accesso all’acqua porta migliori condizioni igieniche, più salute e benessere.

Creare infrastrutture anche in Africa richiede tanti investimenti e personale competente, in grado di valutare come spendere al meglio i pochi soldi disponibili. Sui progetti legati all’acqua non è stato purtroppo possibile avere informazioni tecniche, né dalle ONG né dai consulenti locali. Abbiamo incontrato nel nostro viaggio diverse persone formate in ambito medico e infermieristico e parecchi religiosi, ma nessuno con conoscenze d’architettura, ingegneria, geologia o idraulica. Perciò dobbiamo continuare a sostenere le ONG che lavorano volontariamente anche negli ambiti tecnici mettendo loro a disposizione non solo mezzi finanziari, ma anche sostegno con specialisti di diverse discipline. Nel contempo i nostri Stati ricchi dovrebbero aumentare sensibilmente gli aiuti allo sviluppo per trasferire il sapere, per dare una formazione professionale alle persone locali con nuove scuole, borse di studio e scambi di studenti.

C’è veramente ancora tanto da fare.

P.S. Approfitto per ricordare due appuntamenti sul tema Africa:

  • Consegna del premio Cansani a Gabriella Caldelari, Associazione Insieme per la pace, 11 novembre alle 18 al Palazzo dei congressi, sala E, Lugano;
  • Presentazione del libro di Giovanni Cansani “Il mercante di galline”, 17 novembre alle 18 al Canvetto Luganese di Molino Nuovo a Lugano.

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