Attentato a Beznau

Di Sinue Bernasconi e Renzo Galfetti

Vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se coloro che sventolano la bandiera nera prendessero di mira una centrale nucleare? Magari la più vecchia al mondo, con le sue quasi 1’000 fessure nel contenitore pressurizzato che contiene il reattore e deficit strutturali che nessuna aggiunta a posteriori può risolvere? No? Nemmeno noi sino a poche settimane fa…

L’ipotetico obiettivo dell’ISIS dianzi citato si troverebbe proprio qui in Svizzera, a poco più di 100 km dal Ticino. L’ignara e vulnerabile preda risponderebbe al nome di Beznau. L’eventualità di un attentato nucleare nel cuore dell’Europa non è poi così stravagante come si potrebbe arguire. Tant’è vero che alcuni servizi d’intelligence occidentali sono convinti che gli attentati di Parigi e Bruxelles non siano altro che un test per una serie di attacchi terroristici di più ampia portata; degli attacchi che cambieranno l’Europa per decenni. Tale scenario è temuto anche da Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE, il quale ha affermato che non sarebbe stupito se ciò avvenisse entro cinque anni. Gli ha fatto eco Barack Obama, dichiarando che “la minaccia di terrorismo nucleare persiste ed evolve senza sosta”.

D’altronde non si tratterebbe di una novità, dal 2000 a oggi servizi d’intelligence e forze dell’ordine hanno già sventato diversi attentati a centrali nucleari in Germania, Francia e Belgio ideati da gruppi jihadisti. La placida Svizzera non è immune da questo fenomeno. Sempre più jihadisti tentano infatti di entrare nel nostro Paese. Da inizio anno alla fine di ottobre l’Ufficio federale di polizia (fedpol) ha emesso un divieto di entrata per ben 26 jihadisti. Nel nostro Paese vi sono pure luoghi di radicalizzazione e reclutamento, come ad esempio la moschea di Winterthur, il cui imam avrebbe invitato i fedeli a fare i nomi e ad ammazzare coloro che non si recano alla preghiera comune.

In nome della trasparenza è dunque doveroso informare i cittadini che la minaccia di attacco terroristico è concreta, e che la maggior parte delle centrali nucleari, nonostante siano state costruite rispettando gli standard di sicurezza più elevati, non sono state concepite per resistervi. Uno schianto aereo potrebbe compromettere il funzionamento dei sistemi che controllano il raffreddamento dei reattori, con conseguente rischio d’incidente nucleare maggiore. La vetustà del nostro parco nucleare (il più vecchio al mondo!) ci rende ancor più vulnerabili, come ha spiegato l’esperto nucleare Dieter Majer nel corso di una visita a Palazzo federale: “L’età di un impianto è importante nel caso si verificasse un attacco terroristico consistente nella caduta di un aereo: in Svizzera lo spessore di cemento della centrale nucleare di Mühleberg è, in alcune parti, di soli 15 cm. Un elicottero o un piccolo aereo potrebbero sfondare lo strato protettivo. Inoltre, nessuna centrale nucleare in Svizzera o in Germania è sufficientemente attrezzata per affrontare la caduta di un Jumbo o di un A380”. In caso di dirottamento le forze aeree non riuscirebbero a intervenire in tempo. L’ex pilota di Swissair Max Tobler, che ha lavorato per anni sui rischi terroristici, afferma infatti che “chiunque può costatare sui radar che a Beznau molti aerei volano regolarmente a bassa quota. Un pilota esperto potrebbe tranquillamente schiantarsi sulla centrale prima che chiunque possa fare nulla”.

Anche la disastrosa situazione finanziaria di chi gestisce le centrali nucleari desta preoccupazione. Il Direttore dell’Ispettorato federale della sicurezza nucleare (IFSN), Hans Wanner, ha recentemente dichiarato: “I gestori investiranno solo il minimo necessario per soddisfare i requisiti [di sicurezza] minimi. Così cresce il rischio di un incidente nucleare. Considerazioni di natura economica rischiano di essere anteposte alla sicurezza”. Ma Wanner non è il solo a essere inquieto. Anche il già citato Dieter Majer ha tentato di far rinsavire le autorità federali affermando stizzito: “Non capisco come mai esse [i.e. le vecchie centrali nucleari svizzere] non siano chiuse immediatamente. Hanno dei deficit strutturali di sicurezza. In quest’ambito si tratta di questioni legate, per esempio, alle saldature o alla struttura del guscio del reattore, ossia alle componenti più rilevanti in fatto di sicurezza in una centrale nucleare. Basterebbe un guasto e l’incidente nucleare sarebbe inevitabile”. Secondo l’esperto poi “l’ammodernamento di vecchie centrali nucleari non porta necessariamente a un grado di sicurezza sufficiente”.

Per il nostro Paese le conseguenze di un disastro nucleare sarebbero devastanti: le stime della Confederazione parlano di oltre un milione di sfollati (per decenni) e un probabile danno economico di 4’300 miliardi (quasi sette volte il PIL nazionale). La catastrofe di Fukushima, d’altronde, è lì a ricordarci che un incidente è possibile anche in un Paese altamente sviluppato. A seguito dell’incidente, in poche settimane il Giappone spense tutte le centrali nucleari, investendo massicciamente nel rinnovabile.

Facciamo in modo che in Svizzera i tempi di uscita dal nucleare non debbano essere dettati da una catastrofe, ma da una presa di coscienza collettiva dei rischi insiti in questa folle e dispendiosa tecnologia. La disastrosa situazione finanziaria in cui versano le aziende che gestiscono le centrali nucleari fa sì ch’esse operino soltanto ritocchi cosmetici per soddisfare i criteri minimi di sicurezza legale (che è ben diversa da quella reale!). Lo sa bene colui che dirige l’IFSN, che sulla base d’informazioni e perizie tecniche a noi sconosciute sta eroicamente tentando d’informare media, politici e popolazione del pericolo che stiamo correndo. L’unica vera sicurezza è che votando sì domenica prossima eviteremo il verificarsi di una catastrofe nucleare in Svizzera, sia essa di matrice incidentale o terroristica.

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