Il mondo che vorrei

Di Matta Hari

Giubiasco. Ore 17. Passaggio pedonale. Mi fermo. C’è un tizio che sta aspettando di passare. È fermo sulle punte dei piedi, come se si fosse interrotto a metà dei suoi passi. Sono a ruote ferme: lui riparte e mi passa davanti, dritto come un bastone, con un marsupio a tracolla ed un cappellino rosso. Si volge a me di tre quarti ed accenna ad un ringraziamento con fare regale.

Stessa scena quando attraversa davanti all’auto ferma nella direzione opposta: passa, tutto inamidato, alza la mano per ringraziare e fa un sorriso aggraziato.

Solo allora mi accorgo che si tratta di una persona un po’ speciale.

Quando ero piccola, a casa mia si diceva “una persona non normale”. Senza brutte accezioni, per carità: a casa mia c’era sempre qualcuno di “non normale”, secondo questi canoni. Solo che io, tra l’esaurimento dello zio e quella cugina del nonno che aveva 50 anni ma si comportava come una di sette, non ho mai capito se esistesse un termine per includerli tutti. Il futuro, poi, mi avrebbe insegnato quanto è labile ed elastico il concetto di “normalità”. Cosa è, poi, la NORMALITÀ?

Ne ho sentite tante…”persone con handicap mentale”, “deficit cognitivi”, “disagio psichico”, “malattie psichiatriche”…Boh, ancora non trovo una parola-ombrello sotto cui farci stare tutti.

Fatto sta.

Stessa scena di iper-civiltà al reparto macelleria del supermercato qualche giorno dopo. Una ragazzina trisomica è in sorridente attesa, con la mano sporta verso il bancone, mostrando il suo numero della fila.

Arriva la madre con un carrello pieno e le si rivolge con un po’ di apprensione: ”Hai preso il numero? Hai fatto la brava? Non hai disturbato i signori, vero?”

Diligentemente, lei risponde di aver solo aspettato e le mostra fiera il biglietto col numerino. Poi si accorge che la guardo e mi fa un sorriso: “Ciao!”.

Io vorrei andare da quella mamma e dirle di star tranquilla, di non preoccuparsi. Anzi, vorrei proporle di tirar su anche i figli di certi miei conoscenti che sembrano morsicati dal demonio (!).

Io ho degli amici che lavorano in quelle fondazioni li’. E ogni tanto questi eterni fanciulli se li portano a spasso, per farli evadere dalla realtà del loro istituto dove, sì, son protetti, ma magari vivono poco il mondo. E allora li vedi in giro, nei loro gruppetti disciplinati, che sorridono magari tenendosi per mano a due a due come facevamo alle elementari. Sono allegri, composti, osservano curiosi ed aperti.

Forse è tanta la preoccupazione –da parte di chi se ne fa carico- che si distinguano negativamente, da contribuire a far di loro personcine modello.

Certo che, poi, cosa sia “normale” te lo chiedi davvero.

Perché all’incrocio trovi uno che ti fa il dito per una scemenza, nella fila del supermercato c’è sempre qualcuno che fa il furbo facendo lo gnorri, arrivi a casa e alla tele vedi gente che si mena allo stadio e parenti che si ammazzano tra di loro.

Questi fratelli sorridenti e civili avranno anche qualche neurone appisolato, ma in certi giorni vorrei che il mondo fosse popolato da loro soltanto.

Vorrei che i portali dei castelli fatati si aprissero sempre per queste principesse col bigliettino del supermercato in mano, che ogni divertimento fosse accessibile per questi inconsapevoli supereroi, che le strade fossero tutte in pianura per le mamme che ogni giorno spingono le carrozzine su cui sono inchiodati i loro bambini grandi, amorevoli pupille dal destino segnato.

In un mondo dove la gara è a chi urla più forte, dove i cattivi sono i diversi e i poveracci, dove si gioca al potere con le terga altrui, un universo di occhi puri e di castelli sulle nuvole mi ricorda qual è il mondo che vorrei.

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