L’illusione di Scarinci

A me piace Jacopo Scarinci. È giovane, ottimista, speranzoso. Mette allegria leggere i suoi articoli. Fa sembrare il mondo non solo quasi meritevole di essere salvato, ma perfino… beh, sì, salvabile davvero. Fa tenerezza, Jacopo. Povero illuso.

L’ultimo pensiero positivo di Scarinci è esposto nell’articolo “Fatti sotto, Donald” (clicca qui), la cui tesi può essere riassunta così: dopo le montagne di frottole raccontate in campagna elettorale, per smentire Trump basterà aspettarlo al varco quando dovrà mettere in pratica le sue idee sconclusionate e poi, di fronte al suo fallimento, sputtanarlo sui media con il fact checking e il giornalismo d’inchiesta. Tesi fallace perché fondata su due assunti entrambi falsi.

Anzitutto l’ipotesi di una giustizia fondata sulla realtà. Ovvero: puoi dire quel che ti pare, ma alla fine la realtà spazzerà via tutte le tue idee cretine. Ebbene, l’errore del principio sta nella inesistenza della realtà. Infatti la realtà esiste nella misura in cui viene raccontata e nel modo in cui viene raccontata. Non esistono i fatti: esiste solo la loro narrazione.

Ora Scarinci dirà: “Ma appunto! A quello servono i giornalisti! E difatti proprio loro dovranno sputtanare Trump quando…”. Frena, Jacopo. Frena. Perché qui c’è il tuo secondo assunto falso, più grave ancora del primo. Assunto secondo il quale i fatti possono essere raccontati dai giornalisti per diventare patrimonio collettivo di conoscenza e perciò base per un cambiamento. Di fatto, non è così.

I giornalisti devono farsi leggere e ascoltare… ma dove? Se il Potere controlla i media principali, non ci sarà spazio per la narrazione critica della realtà. Non solo: se anche trovassero dei media ospitali, il fact checking e l’inchiesta dovrebbero trovare un pubblico pronto a prestar loro attenzione. Se quei media operano in una nicchia culturale, chi se li caga, se non quattro intellettuali che comunque Trump non lo voterebbero mai? Se i media non sono considerati autorevoli, chi li prende sul serio? Infine, i media asserviti al Potere: non penserai mica, Jacopo, che Trump starà bello tranquillo a farsi smentire e criticare senza reagire? Promuoverà o creerà dal nulla media amici suoi per raccontare una realtà differente e addomesticata, nella quale le sue politiche godranno di un grande successo. Poi condirà tutto con nani e ballerine per rendere il messaggio più gradevole. Berlusconi non ti ha forse insegnato nulla, Jacopo?

Le panzane di Trump – anzi, peggio, le sue contraddizioni sistematiche – non sono forse già state ampiamente rivelate proprio attraverso inchieste e fact checking? Non era già stato dimostrato che più del 70% delle sue affermazioni sono fregnacce? Bastava leggere i giornali – non le rivistine di Sinistra, ma le testate più grandi e prestigiose – per sapere che uno così non poteva essere votato, per semplice buon senso. Nondimeno la maggioranza lo ha votato. Gli ha creduto e ha dato fiducia alla sua narrazione alternativa, nella quale i media sono inaffidabili proprio perché espressione dell’odiato establishment. Che anche Trump sia espressione dell’establishment ci vuol poco a capirlo, ma all’americano quadratico medio frega un cazzo.

Tuttavia una cosa giusta Scarinci la scrive: Trump “ha fottuto a destra e a manca gente che – spiace, è così – è stata prontissima a farsi fottere”. Ecco, appunto. Proprio questo dimostra la fallacia di tutto il ragionamento: se la gente è prontissima a farsi fottere, non ci sarà fact checking, non ci sarà giornalismo d’inchiesta, non ci sarà nulla di nulla in grado di svegliarla.

È questo il nocciolo del problema: dopo le rivoluzioni, il Potere ha capito che reprimere il popolo con la forza è faticoso e pericoloso, mentre assai più comodo e sicuro è fottere un popolo contento di farsi fottere. Basta raccontargli la realtà nel modo adatto. E qualcuno pronto a farlo, Trump o Bignasca, si troverà sempre.

Insomma, Scarinci ha troppe illusioni e troppa fiducia: nei fatti, nel giornalismo, nella gente. Illusioni e fiducia mal riposte, purtroppo. Ma noi gli vogliamo bene lo stesso.


Caro Marco, nonostante anni di collaborazioni e stima può succedere che due colleghi – e due amici, mi permetto di dire – non si capiscano. Niente di grave. Ti ringrazio per questi tuoi appunti.

Donald Trump è un castigo di Dio, ma è stato votato. Ha ottenuto meno voti della Clinton, ma è il sistema americano, che vuoi farci. I giornali hanno fatto il loro lavoro, come da te scritto, smontando e facendo a pezzi le proposte del tycoon. Lavoro inutile. Ma si era davanti a uno scenario diverso rispetto a quello dei prossimi anni: da una parte Clinton, pessima candidata e osteggiata dall’elettorato liberal – si è visto; dall’altro lo slogan “Make America Great Again”, la promessa di una rivoluzione, del recupero dei “forgotten men” citato da Ezio Mauro su Repubblica, l’agitazione di spauracchi quali messicani, musulmani e vaccini. Puoi smontare una proposta, non l’immaginario. Un immaginario che non tocca nel reale: quanti musulmani ci sono nei Battleground States del nord andati a Trump? Quanti messicani stupratori ci sono in Wisconsin e Michigan? Ma che ha fatto presa, e complimenti a Trump e ai suoi spin doctors. Anni di governo, con le fondamentali elezioni di midterm che si terranno tra due anni, si possono smontare meglio, invece.

Qui entrano in gioco il giornalismo e il nostro non esserci capiti. Io nell’umanità nutro ben poche speranze, ormai siamo allo sfascio. Il mondo dei social ha distrutto, polverizzato l’informarsi, il documentarsi. Se prima uno era un ignorante studiava per migliorarsi, oggi crede che dar del “professore” sia un insulto. Se prima si leggevano libri e quotidiani, oggi uno crede di essere informato leggendo deliranti post su Facebook scritti da imbecilli con troppo tempo a disposizione. La funzione del giornalista – in America come in Ticino come ovunque – è e sarà quella di offrire un ritratto il più realista possibile della situazione. La sfida che il giornalismo ha di fronte è tornare a descrivere la realtà distorta dai social, tornare a offrire a un popolo incazzato la chiarezza e i fatti, le inchieste e le risposte alle sfide dell’oggi e del domani. Se io fossi redattore del New York Times o di politico.com sentirei in me il bisogno di offrire ai miei lettori la realtà per come è e sarà. Trump ha detto che diminuirà l’immigrazione? Tra due anni controlliamo. Trump ha assicurato al disoccupato della Rust Belt che ripartirà l’industria pesante, che riapriranno i capannoni – nel 2016! – e che avrà un lavoro? Tra due anni controlliamo. Trump ha blaterato di riduzione massiccia di tasse? Intanto ricordiamogli la penosa retromarcia one year later di Ronald Reagan in fatto di tassazione, ma tra due anni controlliamo.

Con la finalità di creare opinione? Avere un seguito? Qui mi dai dell’idealista, e a torto. Il fact checking sulle intenzioni ha lasciato il tempo che ha trovato in campagna elettorale. Certo, erano intenzioni. Il fact checking sul “ha promesso X, avete Y” avrà sicuramente più senso, basandosi sul reale, sul fact. Con la finalità di condizionare l’elettorato e fargli comprendere lo scivolone commesso nel 2016? La speranza è quella, seppur vana. Più pragmaticamente, con la coscienza pulita di aver fatto un buon lavoro e aver fatto ciò che un giornalista è pagato per fare: spiegare i fatti. L’informazione avrà svolto il suo compito. Se la gente vorrà scavarsi la fossa da sola, sarà libera di farlo: that’s democracy. [J.S.]

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