L’Italia riuscirà a riformarsi?

Di Jacopo Scarinci

Il 4 dicembre in Italia si terrà il referendum sulla riforma costituzionale già approvata dal Parlamento. Per capire meglio che aria tiri nella Penisola e ragionare sullo stato della sinistra italiana ed europea abbiamo fatto due chiacchiere con Fabrizio Rondolino, editorialista dell’Unità, ex collaboratore di Massimo D’Alema ai tempi d’oro, giornalista politico nato e cresciuto nel PCI e oggi renziano. Perché Renzi merita fiducia, ci dice. E perché non ci sono alternative credibili.

Fabrizio, partiamo dal 2014, dalla foto dei leader della sinistra progressista in maniche di camicia scattata a Bologna. C’erano Pedro Sanchez che è stato appena silurato in Spagna, Manuel Valls che andrà incontro al disastro in primavera, il tedesco Achim Post di una SPD in crisi di consenso e identità, il leader laburista olandese Diederik Samson che anche lui andrà allo sfascio contro il ciclone populista di Wilders. E c’era Matteo Renzi, l’unico in quella foto a essere ancora oggi protagonista e sulla cresta dell’onda.

Aspettiamo il 5 dicembre per pronunciare il verdetto definitivo, però non c’è dubbio che se vediamo il panorama della sinistra europea è un panorama quantomeno disastrato. A quella foto che tu ricordi aggiungerei anche Tsipras, una specie di eretico che anche lui nei sondaggi sta bassissimo perché dopo aver fatto il rivoluzionario ha dovuto fare il realista e il realismo alle volte, soprattutto quando si parte con una piattaforma populista e demagogica, diventa un boomerang tragico. E aggiungiamo anche il Labour di Corbyn che si condanna all’opposizione perpetua, che ha deciso programmaticamente di non governare più. Il panorama europeo è tragico, non c’è dubbio che Renzi rimane l’unico puntello, l’unico riferimento della sinistra europea e non per caso lo è su una linea di innovazione, cambiamento e rinnovamento.

E come ci sta riuscendo secondo te?

La vera sfida di questo ragazzo è prendere la grande ondata di antipolitica, a volte anche mutuandone il lessico, i termini che spesso fanno storcere il naso ai benpensanti, però con questa urgenza dietro: o l’antipolitica viene presa per le corna e addomesticata o veniamo tutti travolti. La scommessa di Renzi è questa qua, di fronte alla demagogia e al populismo essere un po’ demagoghi e un po’ populisti ma incanalando queste energie per fare le riforme, una di queste è quella costituzionale.

Eccoci al punto. Perché Sì?

Ci sono molti motivi di merito per votare a favore, io siccome non sono un costituzionalista faccio valere il significato politico. È importante votare Sì non tanto per fermare questa ondata populista che dicevamo, e neanche per premiare il lavoro fatto da Renzi in questi due anni e mezzo che è un buon lavoro ma che potrebbe anche non essere sufficiente. Secondo me bisogna votare Sì per una scommessa sul futuro dell’Italia, con il Sì comincerebbe una fase nuova. Con il Sì l’Italia darebbe il senso di volere il cambiamento, di volerlo simbolicamente prima che materialmente, di incamminarsi sulla strada dell’efficienza, del buon governo, della trasparenza e dell’efficienza della democrazia che è un tema essenziale: un sistema che funziona è l’unica risposta alla sfiducia, al disamore. Bisogna voltare pagina.

La tesi di molti contrari è “Votiamo No per mandare a casa Renzi”. Eppure è un referendum costituzionale, non un’elezione.

L’alternativa a Renzi non c’è. Se sommi il fronte del No esso non si traduce affatto in una maggioranza politico/parlamentare, perché un governo con Brunetta, Salvini, Grillo, D’Alema e Bersani semplicemente non esiste. Con questa personalizzazione al contrario si imbroglia l’elettorato: a casa Renzi, ok, ma qui non ci sono alternative. C’è un’Armata Brancaleone unita dall’odio verso Renzi, e c’è un aspetto umorale e sentimentale in tutto questo.

Perché il dibattito politico non è sul merito del referendum?

Se il dibattito fosse sul merito, dovrebbero votare tutti Sì. Io ho una certa età, quando ho iniziato a fare il giornalista politico 25-30 anni fa già allora il tema del superamento del bicameralismo paritario era un tema centrale, se ne occupavano la Iotti e De Mita, per dire. Tutti i partiti e l’opinione pubblica sono stati d’accordo su questa riforma finché Renzi non l’ha proposta. Ora, invece, Renzi è il motivo per cui questi si oppongono.

Però può anche darsi che vinca il No.

Certo, ma che succede poi? Non c’è un governo alternativo, il sistema rimarrebbe esattamente com’è, il segnale che l’Italia manderebbe al mondo e a se stessa sarebbe quello della conservazione, e sarebbe senza una prospettiva politica. Alle elezioni Renzi viene giustamente giudicato politicamente, ma farlo con un referendum per me sarebbe un errore che pagheremmo un po’ tutti.

Quando andavo a scuola e iniziavo a leggere i giornali tu eri consigliere di D’Alema. Le cose che si leggevano 15-20 anni fa sono le stesse di oggi, i contenuti non sono cambiati. E neanche le facce. Tu che eri dentro, che risposta dai a questo?

Sicuramente nel vero e proprio odio nei confronti di Renzi c’è un elemento puramente psicologico: la sindrome dell’usurpato. Renzi, siccome non appartiene alla storia né del PCI né della Democrazia Cristiana, viene percepito come un corpo estraneo da entrambi i vecchi apparati. Questo aspetto di novità generazionale, culturale e politico è mal digerito dalla vecchia guardia. Un fatto che non depone a favore della loro lucidità, la bontà di un progetto politico sta nel sapersi evolvere e di trovare al proprio interno risorse per un salto di qualità, un adeguamento ai tempi, un rinnovamento. Renzi è un parroco di provincia che ha fatto carriera.

Sulle macerie dei fallimenti di tutti quelli venuti prima di lui e che oggi lo contestano.

Certo, se Bersani avesse vinto le ultime elezioni oggi Renzi sarebbe ancora sindaco di Firenze. Ma, tornando alla tua considerazione, c’è proprio una tara elettorale. È stato così con i dirigenti ex PCI e speriamo che ora Renzi le sopravviva: ogni volta che uno prova a fare una svolta vera, dopo inesorabilmente la conservazione finisce sempre col prevalere. Non so perché, ma il fatto che accada così sistematicamente mi fa proprio pensare che quella tradizione lì, quella comunista e postcomunista, si sia consumata senza eredi: restano solo nostalgia e identità settaria nella politica, che sono l’esatto contrario di quello che era il PCI. Lo dico con tristezza, io vengo da quella storia. Ma bisogna andare avanti e prenderne atto.

Il discorso è generale, va oltre Renzi?

C’è proprio una disconnessione dal mondo reale, per certa sinistra il problema delle elezioni americane è stato che Hillary Clinton non era abbastanza di sinistra. E questa disconnessione è figlia di una cultura politica morta e di un’incapacità di capire, oltre agli evidenti limiti personali.

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